Gioco
In fila per mangiare alla mensa dei poveri
Alla “La Pira” di via del Carmine non va in ferie e prepara ogni giorno 100 pasti Mezz’ora alla reception e davanti passa un mondo che non t’aspetti
PRATO. C’è una porta che rimarrà sempre aperta in agosto. Una porta che nessuno vorrebbe mai aprire nella sua vita. E’ la porta della mensa La Pira. Un luogo dove il lavoro non manca, neppure in estate. E neppure nella settimana di Ferragosto. Ogni giorno vengono preparati in media 100 pasti. Talvolta si tocca la punta di 190 persone che si presentano per mangiare. Non sembrano così tanti quando, passando per via del Carmine, li vedi infilare quasi di soppiato all’interno dei locali della Curia.

In mezz’ora ieri, dalle 11,30 (orario di apertura) a mezzogiorno, davanti allo sportello della reception, c’è passato un mondo. Pasta al forno, robiola, caponata e yogurt per riempirsi la pancia ma anche, per alcuni degli ospiti, per fare quattro chiacchiere senza essere scacciati. Anziani soli con gli abiti lisi, ma anche nonni della porta accanto che no, non crederesti mai di trovare lì.Gente che sapevi ci sarebbe stata, altri che non capisci perché siano lì in fila, con la tessera in mano. Una tessera con un numero. Arrivano alla spicciolata “i 120” che, dal numero basso, capisci che sono ospiti abituali ma anche i 12mila e rotti.
Nuovi ospiti, nuovi poveri.

Romano, il cuoco, e Maria, la lavapiatti, prestano la loro opera come volontari da 26 anni. «Quando aprimmo venivano a mangiare poche persone», dicono. «Quando arrivava il venticinquesimo si diceva che c’era stata tanta gente», torna indietro nei ricordi Maria che insieme al compagno di tanti giorni alla mensa preferisce rimanere anonima. Niente foto e niente cognome perché la solidarietà non si fa per raccontarla. Nemmeno se si è lì da una vita. E ogni giorno si guarda sfilare la povertà. Riccardo, segna sul computer chi entra. Ognuno sa a memoria il suo numero e lo dice porgendo il documento. Riccardo risponde augurando il “buon appetito”. Chiama ognuno per nome e se non lo ricorda lo legge «perché vogliamo metterli a proprio agio». Buon appetito Francesca. Oggi abbiamo la pasta al forno Aziz. Yogurt a volontà Yang.
Ai tavoli della mensa si ritrova tutto il mondo. «Sono aumentati i cinesi ma anche gli italiani», spiega Riccardo. «Molte sono persone sole ma non mancano le famiglie», dice indicando una mamma bellissima con due gioielli per mano che a malapena arrivano al banco del self service. E poi ci sono i padri, quelli che si sono separati e non arrivano a fine mese. E chi ha perso il lavoro e non sa come fare. «Accidenti a quella t... della Fornero», esordisce Giambattista. «Ho 61 anni, ho 39 anni di contributi, lavoravo in una fabbrica metalmeccanica. Mi hanno licenziato e non trovo più niente ma fino al 2017 niente pensione». Giambattista ripete la sua storia la ripete come un mantra. Proprio come Giovanni che ha 84 anni e mangia alla mensa perché è solo al mondo. Ha il vestito buono ma logoro. «La pensione ce l’ho ma il prete mi dice di venire qui».
«E’ una storia anomala», spiega Riccardo mentre entra un gruppo di donne. Badanti senza più nessuno da accudire.
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