La manifestazione
La storica dell’arte: ecco perché i quadri devono tornare a Prato
Pubblichiamo una lettera di Nadia Bastogi, insegnante e storica dell’arte pratese, che ha contribuito a redigere il catalogo scientifico della collezione di Palazzo Alberti. «Quei capolavori sono stati scippati senza scrupoli»
LA LETTERA DI NADIA BASTOGI
"Forse in questi giorni non è inutile ricordare che se Firenze possiede oggi un patrimonio di opere d'arte unico al mondo per quantità e qualità, lo si deve all'illuminata lungimiranza di una donna, Anna Maria Luisa de' Medici, ultima discendente della dinastia regnante, che, con il suo "patto di famiglia" nel 1737, legò in perpetuo alla città di Firenze con vincolo testamentario le opere d'arte, i libri, le antichità, appartenenti ai Medici, affinché esse rimanessero nel territorio del granducato "per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico, e per attirare la curiosità dei forestieri". Questo atto impedì che i passaggi di proprietà, le difficoltà finanziarie sempre in agguato o, semplicemente, l'ignoranza e la cupidigia di qualche sovrano, portassero allo smembramento, alla vendita e, dunque, alla perdita delle collezioni, come puntualmente successe per altre importanti raccolte di ducati italiani come quelli di Ferrara, di Mantova o di Parma, i cui capolavori costellano oggi i musei e le raccolte private di tutto il mondo.
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E dire che anche i Medici erano stati banchieri e che tutte le opere, a partire da quelle di Cosimo il Vecchio nel Quattrocento, erano di loro proprietà, acquisite o pagate con fiorini e ducati sonanti usciti dalle loro casse; eppure tutti i membri della dinastia, fino ad Anna Maria Luisa che col suo gesto anticipa una cultura di progresso illuminista, avevano sempre considerato il mecenatismo e il collezionismo artistico non solo come un possesso di ricchezza materiale o un mero strumento di godimento estetico, ma qualcosa di molto più complesso, in cui l'elemento del prestigio e della dimostrazione al mondo della propria ricchezza e superiorità culturale era sempre legato all'affermazione della grandezza e dell'unicità di Firenze, della Toscana e dei loro prodotti (fossero essi i vini, gli arazzi o i dipinti), alla prosperità del territorio, alla promozione economica dei propri artisti e artigiani e delle eccellenti manifatture. Una consapevolezza che aveva fatto sì che nel palazzo degli Uffizi nascesse il primo museo del mondo e che pian piano esso divenisse pubblico. La nostra attuale concezione di "bene comune" che oggi associamo a cose come l'acqua, il paesaggio, le opere d'arte, era ancora lontana dal formarsi, ma nell'idea e nella pratica del loro agire essa era assai meglio intesa che nelle teste di alcuni odierni uomini d'affari della BpV capaci, come sta avvenendo in questi giorni, di scippare senza scrupoli a Prato alcuni tra i più importanti capolavori conservati nella collezione di Palazzo degli Alberti.
Qualche anno fa, insieme ad altri studiosi specialisti dei vari argomenti, ho collaborato al catalogo scientifico di quella Collezione, curato da Antonio Paolucci ed edito da Skira per conto della CariPrato. In esso, attraverso i saggi di storici dell'arte del calibro dello stesso Paolucci, di Mina Gregori, di Ettore Spalletti, della direttrice Marzia Casini Wanrooij, si ripercorre la storia della collezione e se ne traccia l'importanza storico artistica enucleandone gli elementi salienti e dando conto di tutte le opere conservate. Attraverso le presenze degli artisti, le committenze, le provenienze delle opere e la storia delle acquisizioni esce un quadro che attesta inequivocabilmente non solo lo spessore qualitativo dell'intera collezione ma anche la sua specifica identità e il forte legame con Prato. Vadano a rileggerselo oggi quel catalogo tutti coloro che vogliono capire di cosa stiamo parlando in questi giorni. Sì, perché la collezione della Cariprato è nata e si è sviluppata in uno stretto rapporto con la città. Questo per diverse ragioni che attengono sia alla storia delle istituzioni e al ruolo fondamentale di personaggi come Giuseppe Marchini, storico dell'arte pratese, docente universitario e soprintendente del territorio, che indirizzò gli acquisti della banca, sia alla crescita attraverso le pubblicazioni, le iniziative e le aperture al pubblico del rapporto con la città (nel cui sistema museale la collezione è ormai stabilmente inserita), sia, non ultimo, ai caratteri stessi della raccolta. Essa fu costituita seguendo logiche non casuali o strettamente finanziarie, ma con un'attenzione all'acquisizione di opere ed artisti legati a Prato (pensiamo solo al Lippi, al ricco corpus di Lorenzo Bartolini, ai dipinti di Santi di Tito e a quelli di artisti del '900), di capolavori del Seicento fiorentino, il cui ricco nucleo ne fa una delle raccolte più significative in questo settore, di opere che intessono un dialogo con dipinti presenti nelle pubbliche raccolte e nelle chiese pratesi, contribuendo a formare un più ricco tessuto di conoscenza. Un elemento, quest'ultimo, reso ancora più significativo dalla riapertura a settembre del Museo civico.
E' una questione che riguarda tutti noi e le istituzioni pubbliche, in primis, hanno il dovere di porsi come autorevole referente per rivendicare 'l'appartenenza' di queste opere alla nostra città. E con tutto il peso di chi sta progettando e impegnando non poche risorse su cose di un significato che va ben oltre le mura urbane ed è affatto alieno da una prospettiva provinciale, quali il nuovo Museo Civico e il nuovo Centro per l'Arte Contemporanea (per rimanere solo alle arti figurative). Prato non deve subire questa mutilazione del suo patrimonio, per giunta in un momento in cui una crisi non passeggera impone di ripensare anche altre vocazioni della città come quella turistica e culturale. Restituire cultura a Prato significa anche valorizzare professionalità e competenze che in questo settore e nell'indotto che esso alimenta possono trovare più spazi di quanti ne abbiano avuti in passato.
La necessità non è quella di sottrarre ma semmai quella di incrementare in modo mirato il nostro patrimonio, ad esempio con il recupero della Fattoria Medicea di Lorenzo il Magnifico, parte delle Cascine di Tavola, progettata da Giuliano da Sangallo e legata alla villa Medicea di Poggio a Caiano. Questo complesso unico al mondo per funzioni ed importanza, oggi in preda al degrado ambientale dopo esser stato fortunatamente sottratto ad una improvvida autorizzazione di ristrutturazione immobiliare, potrebbe divenire un polo importante per tutta la Regione. Ma di questo occorrerà parlare con altra ampiezza.
In questi decenni, a Prato ed altrove, le istituzioni bancarie e gli enti che ad esse fanno riferimento, sono stati un soggetto importante, spesso determinante, per la realizzazione di mostre, pubblicazioni scientifiche, restauri di opere d'arte, con un'attenzione sempre maggiore alla valorizzazione del territorio. E' in questo circolo virtuoso fra istituzioni pubbliche e privati che oggi risiede gran parte del futuro delle attività dedicate alla cultura, ed è su questi terreni che possono portare ossigeno alla città e non con operazioni antistoriche e unilaterali che anche le istituzioni bancarie debbono continuare a dare il loro contributo".
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