Il Tirreno

Prato

Prato città ingrata La laurea e poi via

di Alessandra Agrati
Prato città ingrata La laurea e poi via

Del Campo (Fil): «Purtroppo il fenomeno comincia a riguardare anche i diplomati che sono spesso precari»

2 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Prato non è una città per laureati, il sistema industriale non offre opportunità come del resto quello commerciale. I dottori, ma sempre più spesso anche i diplomati, cercano fuori dal distretto o all'estero opportunità per costruirsi una carriera. Con il risultato che da una parte le famiglie investono sui figli per poi accompagnarli verso altre realtà, e contemporaneamente in città arrivano nuovi lavoratori che comunque devono essere formati. Un circolo vizioso che se non interrotto rischia di far implodere il sistema.

Secondo una ricerca effettuata da Asel per la Provincia di Prato soltanto il 5% dei laureati resta in città, mentre il 20% dei giovani cerca chance, e le trova, in altre città. Estero compreso. «Il fenomeno – spiega il direttore della Fil Michele del Campo – non riguarda soltanto i laureati che vengono richiesti dalle università, ma anche diplomati che magari a Prato hanno contratti di lavoro, quando ci sono, stagionali o saltuari». Del Campo cita un esempio significativo. Un ragazzo diplomato all'alberghiera di Montecatini stanco del precariato decide di trasferirsi a Londra per qualche mese, li immediatamente trova lavoro come responsabile di sala in un nuovo ristorante. «Mi ha colpito- spiega – una frase che mi ha riportato; il datore di lavoro non gli ha chiesto il curriculum ma quanto tempo voleva investire all' estero». Evidentemente un modo diverso di porsi verso i giovani e il mondo del lavoro. In questo senso la rete riporta la testimonianza di Filippo Berti (guardo Prato da un oblò), diplomato al Copernico, partito 15 anni fa per l'Irlanda, poi emigrato in California dove ha trovato posto dapprima al call center della Apple poi, senza nessuna competenza specifica se non la passione per i video giochi, è diventato un software testing. «La mia fortuna – racconta – è stata di non formarmi in Italia, se avessi studiato informatica sarei stato sfruttato da un'azienda milanese per 900 euro al mese». Diversa invece la posizione dei ricercatori, anche loro devono combattere contro un sistema difficile, che però, secondo il presidente del Pin Maurizio Fioravanti non è sempre così tragico. «Bisogna imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno; se i nostri laureati vengono richiesti dalle università straniere vuol dire che sono preparati. L'osmosi di conoscenze è un aspetto positivo, peccato che in Italia sia a senso unico». Non è solo una questione di finanziamenti, ma anche di mentalità; mancano i servizi a corollario; la burocrazia uccide ogni speranza e buon proposito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa