Sicurezza
Il polo oncologico resta dimezzato
Intervista al nuovo dg dell’Asl Edoardo Majno che si impegna a portare Anatomia patologica nel nuovo ospedale
PRATO. Il 21 settembre, giorno del trasferimento del Misericordia e Dolce nel nuovo ospedale a Galciana, è sempre più vicino e Prato attende questa data con un misto di speranza e di timore, di ansia e di trepidazione.
Nuove e importanti prospettive si aprono, ma vecchi e nuovi problemi incombono. Tra tutti i problemi che deve affrontare il nuovo direttore generale dell’Asl Edoardo Majno, uno rischia di essere dirompente: il mancato trasferimento di Anatomia patologica nel nuovo ospedale. Un problema di cui Majno, in questa prima intervista rilasciata da quando è alla guida dell’Asl è ben consapevole.
Nel nuovo ospedale non c'è posto per anatomia patologica. Per un'Asl che punta sull'oncologia non è come avere una macchina senza una ruota?
«Forse questa definizione è eccessiva. Diciamo che puntare su un forte sviluppo dell'oncologia e non avere accanto un adeguato servizio di anatomia patologica è come viaggiare con una macchina senza ruota di scorta: si rischia più del necessario. Quindi se si punta a uno sviluppo del sistema oncologico dobbiamo trovare una soluzione per una diversa sistemazione dell'Anatomia Patologica. Deve stare lì, nel nuovo ospedale e non possiamo lasciarla in un'area così inadeguata come l'attuale. Questo è il vero problema che si apre con il nuovo ospedale e dovremo cercare di trovare una soluzione. Non so ancora quale, ma una soluzione la troveremo».
Il Polo oncologico è un sogno destinato a sfumare?
«Io credo che ci sia la possibilità di lavorare per la creazione di un centro di ricerca oncologico. In particolare sarà interessante approfondire la possibilità di sviluppare la ricerca nel campo delle prime fasi degli studi sui farmaci innovativi, ma penso anche che l'unica possibilità stia nel farlo attraverso l'Istituto toscano tumori e non in via autonoma e separata».
Come organizzerete i servizi in due aree così distanti?
«Riusciremo a gestire i servizi che rimangono nell'area dell'attuale ospedale nella quale resterà, oltre a Anatomia patologica, il Centro di salute mentale, le cure intermedie, il Centro direzionale, la Casa della salute oltre al Centro Sociosanitario Giovannini, il presidio di prevenzione oncologica Eliana Martini, l'Hospice e la Rsa Rosa Giorgi. Queste strutture costituiranno la Cittadella della Salute».
Questa separazione in due tronconi rischia di pesare sui conti dell’Asl. Come risolverete il problema?
«Questa soluzione comporterà certamente alcune diseconomie che contiamo di colmare con le caratteristiche del nuovo ospedale che autoproduce oltre la metà dell'energia di cui ha bisogno per funzionare. Non è semplice far quadrare i conti, ma ce la faremo. Stiamo valutando con la Regione la quantificazione di questi costi e la loro negoziazione».
Con la costruzione di due ospedali gemelli a Prato e Pistoia ha ancora senso pensare a due Asl distaccate, oltretutto così vicine a Firenze che tende a fagocitare tutto?
«Sarebbe bello se tra i quattro nuovi ospedali si realizzassero elevati livelli di sinergia. Non è necessaria un'integrazione delle Asl, ma è indispensabile un'integrazione dei servizi sanitari. Un coordinamento è sicuramente essenziale. Del resto, i quattro ospedali nascono proprio dall'idea di una forte integrazione dei servizi».
Con il nuovo ospedale diminuiscono i posti e la cura intermedia non è decollata. Qual è il suo punto di vista?
«I letti ospedalieri diminuiranno solo se facciamo un confronto con parecchi mesi fa. Già da qualche tempo stiamo lavorando con un centinaio di letti in meno di quelli che saranno a disposizione nel nuovo ospedale; 480 contro i 580 della nuova struttura. La tendenza, del resto, è di ridurre al minimo le degenze. Le Case della salute sono poche, occorre puntare molto sull'integrazione con i medici di famiglia. Trentasei letti non sono sufficienti, ma vedremo se ci sarà la possibilità di avere le risorse per poter avere un rapporto convenzionale con una serie di valide strutture private presenti sul territorio».
Prato è penalizzata dalla distribuzione delle risorse regionali. Perché?
«C'è effettivamente un problema di distribuzione delle risorse in campo sanitario; nel nostro territorio ci sono tantissimi stranieri e la composizione demografica è molto cambiata rispetto alla fotografia storica sulla base della quale vengono distribuite le risorse. Qui abbiamo alcuni milioni di euro in meno e io intendo lavorare, visto che conosco bene il meccanismo, per ottenere un riequilibrio della situazione. Anche nell'ambito della distribuzione delle risorse per la cronicità abbiamo un sistema di suddivisione per quote che non ci aiuta».
In questo quadro, non teme che i tempi d'attesa finiranno per allungarsi ulteriormente?
«Lavoreremo perché questo non accada. Tutto sommato anche adesso riusciamo a tenere e il nuovo ospedale può essere un'occasione di grande opportunità, un motore di riqualificazione anche della specialistica sul territorio. Col nuovo ospedale aumenterà la produttività, ma anche la qualità dei servizi: gli indicatori ci daranno ragione».
I servizi sociosanitari sono uno dei talloni d'Achille dell'Asl 4. Perché?
«Finora grande attenzione è stata assorbita da tutti i problemi connessi con la realizzazione del nuovo ospedale. I prossimi anni dovranno certamente essere consacrati a un rafforzamento e a una qualificazione della presenza sul territorio. A Prato i dati del Sant'Anna ci dicono che il giudizio sul sociosanitario è un po' peggiore del dato toscano che è mediamente in linea con il dato nazionale. Senza voler sminuire il dato del sondaggio realizzato dal Sant’Anna, voglio però precisare che spesso sono più invogliati a rispondere ai questionari quei cittadini che per un qualche motivo sono scontenti del servizio».
Qual è il motivo di questo scarso gradimento da parte dell'utenza?
«Il giudizio peggiore rispetto a quello riservato al trattamento negli ospedali può essere influenzato anche dal fatto che in reparto si stabilisce una relazione più intensa, soprattutto tra personale e malato. Sul territorio pesa invece soprattutto il rapporto con il front office che talvolta è negativo, ma su questo aspetto possiamo migliorare molto. Dovremo migliorare le sedi, fare formazione per i nostri dipendenti, anche perché spesso il rapporto con il front office influenza in maniera decisiva il giudizio sull'intera filiera dei servizi territoriali. Su questo fronte assicuro il mio impegno: già entro la fine dell'estate conto di visitare tutte le sedi. Credo che sia decisivo riuscire a sviluppare un adeguato senso di appartenenza in tutto il personale che lavora sul territorio. Anche perché la medicina salvavita tende inesorabilmente a concentrarsi in strutture più grandi dove ci sia una casistica adeguata a garantire un alto livello di intervento e di conseguenza deve essere sviluppata sempre più la medicina sul territorio».
Tra pochi mesi la centrale del 118 se ne andrà da Prato. Teme contraccolpi negativi?
«La centrale può essere anche accorpata, a patto che il sistema locale sia preparato adeguatamente e a questo proposito ci stiamo preparando per far fronte ai possibili problemi che si potrebbero presentare. L'accorpamento delle centrali operative non è un problema, la scissione tra oncologia e Anatomia patologica, invece, sì».
Il volontariato anche a Prato è sempre più in difficoltà. Quali sono le prospettive future?
«Il volontariato è uno dei tasselli fondamentali del sistema. Siamo in un contesto di riduzione delle risorse e spero di riuscire a contenere l'entità dei tagli alle risorse da destinare al volontariato. Nelle mie priorità c'è la necessità di preservare dai tagli la fornitura di servizi a disabili, anziani, cronici e le spese per il personale».
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