Il Tirreno

Prato

Per me, questa città è e rimane il luogo dell’accoglienza

di Azelio Biagioni
Per me, questa città è e rimane il luogo dell’accoglienza

Il parroco di San Paolo a Stagnana, don Jean Jacques Ilunga, primo sacerdote africano ad essere ordinato in Italia, festeggia a dicembre i suoi vent’anni di sacerdozio

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PRATO. Prato è a tutti gli effetti una città mariana. E l'8 dicembre prossimo, giorno in cui la Chiesa celebra la solennità del dogma dell'Immacolata Concezione, don Jean Jacques Ilunga festeggerà i venticinque anni di sacerdozio, ricordando quel giorno del 1988 quando a Prato si consacrò a Dio, primo prete africano ad essere ordinato sacerdote ed incardinato in una diocesi italiana.

Originario della Repubblica democratica del Congo, don Jean Jacques, 51 anni, è in Italia dal 1982 e da 29 anni si trova a Prato. Dopo gli studi in seminario ed una laurea in teologia, ha svolto il suo servizio inizialmente nella parrocchia di S. Paolo a Stagnana, prima da diacono poi da vice parroco. Ha curato altre parrocchie come Mezzana, Cafaggio, S. Giuseppe e poi Vaiano. Per dieci anni è stato parroco a Migliana. Da tre anni è tornato nella parrocchia dove ha mosso i primi passi da sacerdote, S. Paolo a Stagnana che conta più di seimila abitanti, una delle più grandi della diocesi. La chiesa di questo quartiere è molto frequentata e addirittura ci sono messe feriali dove il numero dei fedeli è di gran lunga superiore a quello di chi prende parte alle celebrazioni festive in altre parrocchie.

«Qui abbiamo un'antica chiesa, la Pieve di S. Paolo – spiega il parroco – dove c'è l'adorazione perpetua, tutti i giorni 24 ore su 24. E' sospesa solo il venerdì santo e la notte di Pasqua. Ci sono gli adoratori detti anche sentinelle che si impegnano a fare dei turni di adorazione per non lasciare mai da solo Gesù Sacramentato e questo vale anche per la notte. La cosa va avanti da cinque anni e da tre, ogni mercoledì dalle 23 a mezzanotte, ci sono i ragazzi della pastorale giovanile di S. Paolo. E' una cosa molto bella perché noto che tante persone, anche di altri quartieri, vanno in chiesa e si fermano a pregare, non importa quanto ma entrano nella casa del Signore. La nostra è una parrocchia viva – prosegue don Jean Jacques – l'oratorio, ad esempio, va avanti tutto l'anno e non solo d'estate. Da settembre a giugno i ragazzi si ritrovano al pomeriggio per un paio di ore e a volte anche di più; giocano e si divertono in una struttura al coperto. Abbiamo, infatti, la fortuna di possedere ampi spazi al chiuso che permettono ai giovani di stare insieme anche durante il periodo invernale. E poi qui c'è un numero elevatissimo di confessioni ogni giorno in una parrocchia dove, anche per la mole degli abitanti, ci sono persone originarie di tutte le regioni italiane, eccezion fatta per la Valle d'Aosta».

Quando racconta la Prato che trovò negli anni Ottanta ricorda come prima cosa quella che il sacerdote definisce la musicalità che arrivava dai telai sempre in movimento dalla mattina presto fino a notte. «Una cosa che mi resta impressa di quel periodo è il fatto che a Prato non c'era vita notturna – ricorda don Ilunga -. Per le strade a tarda ora in giro non c'era nessuno. Notavo una grande differenza fra la Firenze di notte e Prato. E che dire, poi, del mese di agosto quando tutti andavano in ferie, e la città restava praticamente deserta. Adesso le cose sono molto cambiate, si sono sviluppati nuovi quartieri che quando arrivai non c'erano come Galcetello e il Macrolotto 2 e poi “Il Villaggio”, ho visto nascere pure il Polo universitario, realtà che mi ha molto colpito. Ma ho assistito, purtroppo, ad un cambiamento dal punto di vista dell'industria. Lanifici famosi che hanno chiuso i battenti, operai che sono rimasti senza impiego e la crisi che si tocca con mano. C'è il dramma di quelle famiglie composte anche da 5/6 persone che prima vivevano con due stipendi e la pensione di uno degli anziani di casa e che ora sono costretti a campare con la sola pensione di uno dei nonni». Infine, il sacerdote parla della grande accoglienza dei pratesi e paragona le porte di Prato alle braccia della città. «Sono braccia spalancate, aperte ad accogliere. Prato ha nel suo Dna l'apertura ed una delle sue capacità è l'accoglienza e tale deve rimanere».

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