Finanza
Nessuno sconto ai killer: due ergastoli
Torturarono e uccisero l’operaio Andrea Manzuoli nella fabbrica di via Vannucchi: per il giudice non meritano attenuanti
PRATO. Non meritano sconti, se non quello minimo concesso dal rito, gli assassini di Andrea Manzuoli, l’operaio di 45 anni massacrato nella notte di San Silvestro a cavallo tra il 2011 e il 2012 all’interno della Cartotecnica Beusi di via Vannucchi.
Questo il verdetto del giudice dell’udienza preliminare Luca D’Addario al termine del processo con rito abbreviato: ergastolo per Sandel Baroi, 24 anni, romeno; ergastolo per Zamfirel Isofache, 26 anni, romeno; 18 anni per il trentaseienne Antonio Peluso; un anno e sei mesi per Virgil Vasile Puscasu, 27 anni, romeno.
Mai era accaduto, da quanto è stato istituito il Tribunale di Prato, che un processo celebrato col rito abbreviato (che consente lo sconto di un terzo della pena) si concludesse con una condanna all’ergastolo. Ma l’omicidio di Andrea Manzuoli evidentemente è stato ritenuto dal giudice un fatto di straordinaria e ingiustificata brutalità. Come si ricorderà, il cadavere di Manzuoli fu trovato alle 8 del 2 gennaio 2012 da una collega nell’azienda di via Vannucchi dove lavorava.
Era pieno di tagli superficiali sulle braccia (l’autopsia ne conterà una ventina) e uno molto più profondo a un alluce, quasi staccato. Si pensò subito che potesse essere stato torturato, e il processo ha confermato la terribile ipotesi. Il primo a finire in manette, arrestato dai carabinieri il 7 febbraio 2012, è stato Antonio Peluso, un balordo che gravita intorno alla stazione. Poche ore dopo toccò a quattro romeni: Baroi, Isofache, Puscasu e la sorella di quest’ultimo, poi scagionata. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri grazie anche alla segnalazione di un privato cittadino, una prostituta romena che aveva frequentato Manzuoli disse ai suoi amici che l’operaio era ben fornito di contanti, e così Baroi e Isofache avrebbero organizzato una spedizione per prenderli. Manzuoli viveva in una roulotte nel piazzale dell’azienda e probabilmente i quattro che andarono in via Vannucchi speravano di non trovarlo, ma quando si accorsero che c’era non si fermarono, e anzi lo tagliuzzarono per farsi dire dove aveva messo il denaro (purtroppo per lui lo aveva depositato alle Poste proprio quella mattina).
A Baroi e Isofache, difesi da Antonio Bertei, il giudice non ha concesso alcuna attenuante, mentre ha ritenuto equivalenti le generiche per Peluso, che pure aveva collaborato ed era difeso da Gabriele Terranova. Puscasu, difeso da Fabio Fattorini, non partecipò all’omicidio. Il giudice ha disposto un risarcimento di 100.000 euro per la figlia di Manzuoli e di 30.000 per l’ex compagna Roberta Grigoletto, assistiti dagli avvocati Siciliano e Francesco Mandarano.
Una sentenza, quella pronunciata dal giudice D’Addario che in qualche maniera ha sorpreso la stess a Procura. Il pubblico ministero Roberta PIeri, infatti, alla penultima udienza aveva chiesto condanne molto più contenute: 19 anni e sei mesi per Baroi e 19 anni per Isofache. Baroi si era giustificato davanti al giudice dicendo che «la situazione gli era sfuggita di mano», dichiarazioni che non hanno intenerito il gup. Per arrivare a una condanna all’ergastolo in un processo col rito abbreviato bisogna partire da una pena base dell’ergastolo più l’isolamento diurno per 5 anni, ed è il calcolo che ha fatto il giudice, contestando ai due principali imputati l’aggravante delle sevizie inferte a Manzuoli prima della morte, oltre alla rapina, per la quale avrebbero preso più di cinque anni. Molto diversa la posizione del quarto imputato, Puscasu, che aveva detto di essersi allontanato prima che la situazione degenerasse. L’italiano Peluso, invece, ha sempre detto di non aver partecipato materialmente all’omicidio, anche se ha ammesso di essere stato presente.
Paolo Nencioni
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