Il Tirreno

Prato

I money transfer “mordi e fuggi”

La Finanza scopre un altro fiume di soldi verso la Cina: ora gli sportelli aprono e chiudono in un anno

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PRATO. Il finale era prevedibile già tre anni fa, quando la guardia di finanza bloccò un immane flusso di denaro dall’Italia verso la Cina. Era la fine di giugno del 2010 e iniziava la prima tranche dell’inchiesta “Cian Liu”, il fiume di contanti partito da Prato, Firenze e altre città italiane con un biglietto di sola andata verso Pechino (tre miliardi e mezzo di euro in quattro anni). Soldi inviati a nome di cinesi in certi casi inesistenti, in altri ignari, comunque prestanome, per acquistare in gran parte tessuti e realizzare un’ingente evasione fiscale.

Già all’epoca si immaginò che, chiuso un canale, era inevitabile che se ne aprisse un altro, a meno di non pensare che da un giorno all’altro quei soldi rimanessero in Italia.

E’ andata proprio così, anche se lo si viene a sapere con un anno e mezzo di ritardo. Nel luglio 2010, pochi giorni dopo la chiusura di decine di sportelli money transfer, ne apriva uno, submandatario della Western Union, in via Pistoiese. Da lì, in un anno e mezzo, fino alla fine del 2011, sono partiti trasferimenti verso la Cina per 29 milioni di euro. Dieci di questi, secondo la guardia di finanza, sono stati trasferiti illegalmente perché frazionati in tranche inferiori alla soglia dei mille euro e inviati a nome di cinesi inesistenti o ignari, per non fare figurare il reale mittente. Lo hanno spiegato ieri il colonnello Gino Reolon, il tenente colonnello Davide Masucci, il procuratore capo Piero Tony e il sostituto Laura Canovai. I due titolari dello sportello, chiuso a febbraio dell’anno scorso, sono stati denunciati per riciclaggio, mentre 12 confezionisti cinesi, o titolari di pronto moda, sono stati denunciati per trasferimento fraudolento di valori e reati tributari. Quei dieci milioni di euro non torneranno indietro, questo è chiaro, ma c’è l’ipotesi di eseguire sequestri “per equivalente” sui beni degli imprenditori, sequestri non ancora disposti.

Che ci sia un legame forte tra l’inchiesta del 2010 e quella successiva è dimostrato anche da un altro fatto: uno dei due titolari del money transfer chiuso in via Pistoiese è un ex dipendente dello sportello “Sweet Point” di via Filzi, quello gestito dalla famiglia Cai che secondo la Finanza ha spedito in Cina centinaia di milioni di euro all’anno prima dell’intervento della magistratura. Rispetto a quelle cifre, i dieci milioni partiti da via Pistoiese sono poco più che spiccioli, ma è verosimile che altri sportelli abbiano fatto la stessa cosa, o la stiano facendo anche ora. Ci sono due differenze nella gestione dell’esportazione illegale di valuta rispetto a tre anni fa: la prima è che, come ha ricordato il sostituto Canovai, ora gli sportelli aprono e chiudono in poco più di un anno; la seconda è che gli esportatori di euro fanno attenzione a non usare due volte lo stesso nome falso. Nelle cedole sequestrate dalla Finanza ai clienti che uscivano dallo sportello ci sono 2.500 nomi, tutti diversi l’uno dall’altro. Si suppone che i soldi siano stati inviati in Cina in cambio di tessuti. La Finanza calcola che ogni confezione possa aver evaso tra i 300.000 e i 400.000 euro.

Paolo Nencioni

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