Il Tirreno

Prato

Indirizzo sbagliato, l’Inps non perdona

di Maria Lardara
Indirizzo sbagliato, l’Inps non perdona

Il medico commette un errore nel compilare il certificato, la paziente risulta assente alla visita fiscale e perde l’indennità

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PRATO. Errare humanum est, basta accorgersene in tempo e rimediare. Sarebbe facile se la burocrazia in Italia non fosse così cieca e non si mettesse di traverso al lavoratore. In questo caso l’errore è stato commesso da un medico di famiglia che ha rilasciato alla sua paziente, la signora Anna Lombardi reduce da un intervento chirurgico, un certificato di malattia senza modificare il vecchio indirizzo della signora (residente a Vernio ma domiciliata a Prato).

Ottobre 2012, un certificato medico compilato in modo sbagliato e parte dell’indennità di malattia che per Anna va in fumo. Per la visita fiscale, infatti, sono dolori se il medico di controllo bussa alla porta sbagliata. «E’ quello che mi è successo il 10 ottobre scorso: il medico non mi aveva consegnato la copia cartacea del certificato, dal quale avrei potuto appurare l’errore, ma solo il numero di protocollo. Quando mi è arrivata la comunicazione dell’Inps sull’assenza ingiustificata a fronte della visita fiscale - racconta la donna - ho capito che sul certificato era riportato il vecchio indirizzo. Ma, non avendo ricevuto la copia cartacea, non avevo potuto controllare». Inizia un braccio di ferro con l’Inps che comunque, di fronte alla mancata reperibilità della malata, per legge è tenuto a interrompere la prestazione. Intanto Anna, operatrice socio-sanitaria, aveva subito un intervento al Cto di Firenze per il quale avrebbe avuto diritto a tre mesi di malattia. La donna invoca giustizia. Anche perché di quel disguido burocratico non aveva colpa.

Torna dal medico di famiglia che ammette l’errore mentre, attraverso il patronato della Cgil, avvia le pratiche per il ricorso. L’Inca Cgil di piazza Mercatale, in una comunicazione datata 25 gennaio 2013 e inoltrata all’Inps, parla di «errore meramente involontario del medico e non di comportamento doloso della signora Lombardi». Il “mea culpa” del medico di famiglia non tarda ad arrivare in due dichiarazioni: la prima, il 12 ottobre scorso, in cui si ammette di «aver erroneamente compilato il certificato mancando di indicare la reperibilità durante la malattia»; nella seconda, datata 5 gennaio 2013, il medico in questione dichiara di aver rilasciato «il solo numero di protocollo del certificato inviato all’Inps, ritenendo che non fosse più obbligatorio il rilascio della copia cartacea».

Inizialmente Anna la spunta nei confronti dell’Inps tanto che il Comitato provinciale accoglie il 20 marzo scorso il suo ricorso: a sostegno della lavoratrice c’è il fatto che «il certificato di malattia era stato preceduto da un’altra certificazione, sempre trasmessa in via telematica dallo stesso medico, riportante in quel caso l’indirizzo di reperibilità». Anna non fa in tempo a esultare per quel diritto, quello all’indennità di malattia, che le veniva restituito: il 21 marzo, giorno successivo alla seduta del Comitato provinciale, l’Inps ci ripensa e sospende il ricorso su proposta del direttore provinciale Fabio Saponara. La motivazione si legge in un documento dell’Inps del 22 maggio, ovvero che «la correttezza dei dati, in particolare quelli riferibili alla reperibilità della malattia, rimane di responsabilità del lavoratore» e che «il rilascio del solo numero di protocollo è comunque subordinato al controllo preventivo con il medico dei dati anagrafici». Insomma, oltre al danno la beffa: l’errore ricade sul lavoratore anche se il certificato telematico viene compilato dal medico di turno. «Come avrei potuto controllare? E’ vero, esiste un sito dell’Inps per entrare nel quale bisogna munirsi di codici e password ma se non si ha il computer? La verità è che ci si fida del medico di famiglia e poi succedono simili disguidi». Ovvero, che alla fine il lavoratore debba rimetterci di tasca propria.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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