Il Tirreno

Prato

La presenza di culture diverse può sprigionare energia positiva

di Martina Altigeri
La presenza di culture diverse può sprigionare energia positiva

La direttrice della Monash University è convinta che Prato abbia le potenzialità per rilanciarsi «Occorre cercare di sfruttare al meglio la presenza dei tre campus universitari»

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PRATO. Una laurea in tasca, tante specializzazioni e la voglia instancabile di conoscere il mondo. Tutto questo è Cecilia Hewlett, direttrice da luglio dello scorso anno della Monash University Prato Centre. Un'australiana doc, nata e cresciuta nella cosmopolita Sidney. Non deve essere stato facile per lei lasciare una metropoli con milioni di abitanti e ritrovarsi ad abitare a Prato, città con profonde radici storiche, ma di dimensioni davvero contenute.

Qual è stata la sua impressione della città di Prato quando lei è arrivata qui per la prima volta? «Visitai Prato per la prima volta nel dicembre del 2000, quando venni a vedere il sito proposto per ospitare il Prato Centre. Palazzo Vaj era vuoto dai tempi dei Misoduli. Ricordo che rimasi impressionata dal contrasto tra il magnifico e decadente stile architettonico del palazzo e la funzionalità delle costruzioni della Monash University in Australia, tipica degli anni ’60. Non mi aspettavo poi di trovare un centro storico così bello e ben conservato e mi chiesi come mai così poche persone venissero a vistare una città che era un vero e proprio tesoro nascosto. Mi convinsi subito che l’idea di fondare un centro a Prato era assolutamente da realizzare. Che esperienza meravigliosa avremmo potuto offrire ai nostri studenti! Vivere e studiare in un ambiente culturale così ricco».

Prato è molto diversa dall'Australia. Cosa l'ha colpita della città e dei pratesi? «Sì,tutto è diverso, in ogni senso: paesaggi, profumi, suoni. Anche il senso dello spazio e la luce sono diversi. Avere strati e strati di storia in ogni angolo, convivere con il passato in modo tangibile è una cosa che manca in Australia. Una delle caratteristiche della città che più mi ha colpita – e so che è così anche per i nostri studenti – è il calore umano e il senso di appartenenza alla comunità. Essere riconosciuta e salutata in quasi ogni negozio del centro storico è davvero in contrasto con la vita anonima che si ha in una grande città come Melbourne con i suoi quattro milioni di abitanti».

Quale percorso ha fatto per arrivare a dirigere una sede universitaria fuori dal suo paese? «Come capita a tanti, ho iniziato un percorso lontanissimo da dove mi trovo ora. Mi sono laureata in genetica e zoologia ma ho sempre avuto un forte interesse per la storia, passione nutrita dalle mie copiose letture e dai viaggi in Inghilterra ed Europa fatti da ragazza. Dopo la laurea, ho iniziato un master in storia e una volta finito non sono più tornata alla scienza, anche se è un campo che continua a incuriosirmi. Ho quindi continuato a studiare conseguendo un dottorato in Storia italiana del Rinascimento. Ho iniziato a lavorare a Prato quando il Monash Centre era solo agli inizi. Insieme al Professor Bill Kent, che del centro è stato il direttore fondatore, ho organizzato i primi programmi accademici. É stato uno dei periodi più gratificanti della mia carriera: abbiamo creato qualcosa dal niente, tutto ciò che facevamo era un esperimento guidato dalla nostra ambiziosa visione di cosa il Centro sarebbe potuto diventare. Sono tornata a Melbourne nel 2006 per ricoprire un nuovo ruolo alla Monash, quello di Director of the office of the Deputy Vice Chancellor, Education. Durante questo periodo ho continuato a fare ricerca e nel 2008 ho pubblicato un libro sulle comunità rurali in Toscana nel Rinascimento . Nel 2011-2012 ho ricevuto un incarico di ricercatrice a Villa I Tatti presso l'Harvard University’s Centre for Medieval and Renaissance Studies a Settignano. Lo scorso anno mi è stato chiesto di diventare la direttrice della sede pratese della Monash».

Prato oggi vive una fase difficile. Secondo lei come potrebbe "rinascere" la città? «Credo che Prato debba cominciare a ripensare se stessa in maniera profonda. Non negando la sua passata identità ma anzi valorizzandola, senza concentrarsi su quegli aspetti che non sono più forti come un tempo. Credo che oggi la presenza di tre campus universitari – PIN, Monash e New Haven – sia un elemento che la città dovrebbe sfruttare attivamente. Così come la presenza di persone provenienti da tante culture diverse. La nostra presenza non comporta soltanto notevoli benefici economici, ma anche un capitale culturale e intellettuale che non è ancora stato pienamente sfruttato. C’è un’enorme energia e potenziale creativo in città e questa potrebbe essere la chiave della sua rinascita».

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