Il Tirreno

Prato

Un fiume di denaro verso la Cina. Lo snodo principale del traffico di denaro era Prato

di Luca Serranò
Un fiume di denaro verso la Cina. Lo snodo principale del traffico di denaro era Prato

Concluse le indagini preliminari della maxi inchiesta fiorentina. Quasi trecento le persone indagate negli affari illeciti dei money transfer

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PRATO. Un vorticoso fiume di denaro che da Prato si riversava in Cina, circa un miliardo e mezzo di euro solo nel periodo 2006-2010. E’ lo spaccato offerto dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari sui trasferimenti di denaro verso il grande paese orientale, che già avevano portato ad una raffica di perquisizioni e di arresti in diverse città italiane.

L’avviso, firmato dal procuratore Giuseppe Quattrocchi e dal sostituto distrettuale Pietro Suchan, è infatti una sintesi delle maxi inchieste “Cian Liu” (fiume di denaro), “Cian Ba” (diga sul fiume”) e “Cian Ba 2012” condotte dalla Guardia di Finanza. In tutto sono 287 le persone finite sotto indagine, quasi tutti imprenditori cinesi, prestanome e qualche italiano. Per ventiquattro di loro è scattata anche l’accusa di associazione mafiosa finalizzata al riciclaggio, per aver trasferito illegalmente la cifra monstre di quattro miliardi e mezzo di euro.

Secondo quanto ricostruito, i promotori del giro erano tre esponenti della famiglia Cai (Jianhan e Chen Qui residenti a Milano, e Chengchun, residente a Padova), tutti soci della società di intermediazione finanziaria Money 2 Money insieme con il bolognese Luciano Bolzonaro.

Lo snodo principale dell’organizzazione era Prato, dove da subito era emersa una mole di trasferimenti di molto superiore a quella delle grandi metropoli italiane. I soldi provenivano nella maggior parte dei casi da attività come il contrabbando, la contraffazione e l’evasione fiscale, e per arrivare in Cina venivano frazionati e spediti attraverso la Money 2 Money (con sede legale a Bologna) o con il tramite di altre sub agenzie sparse per l’Italia. Un sistema che nel giro di pochi anni aveva portato nelle tasche dei promotori cifre da capogiro, e che poteva contare su un’organizzazione capillare. Le somme, infatti, venivano raccolte “presso cittadini cinesi dimoranti in Italia prevalentemente nell’area fiorentino-pratese ed inviate nella Repubblica Popolare Cinese dissimulando frazionamenti di operatività, sotto una regia unitaria centralizzata, senza identificazione corretta dei reali mittenti, con indicazione di nominativi fittizi e/o prestanome con ostacolo delle attività di controllo da parte degli organi competenti”. Il tutto con l’aggravante della modalità mafiosa, con l’uso della forza e conseguente omertà e complicità da parte degli altri imprenditori.

Nel 2010, quando l’indagine Cian Liu esplose con una raffica di perquisizioni e arresti, il pubblico ministero Pietro Suchan commentò cosi: «Una palude di connivenze, omissioni ed interessi illeciti, non solo di cinesi ma anche con la complicità di diversi italiani». Lo stesso Suchan ottenne poi una rogatoria internazionale dalla magistratura di Pechino, riuscendo a proseguire gli accertamenti in Cina sui beneficiari dei trasferimenti dall’Italia, Spagna e Francia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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