Italia
Il viceministro Calenda scopre le paure dei pratesi
L’imprenditore Stefano Ricci denuncia la concorrenza sleale dei cinesi mentre in sala mancano proprio gli unici due associati orientali
PRATO. Da quarant’anni le sue cravatte fanno il giro del mondo, avendo scavalcato anche la grande muraglia cinese nel lontano 1993 con l'apertura della prima boutique a Shanghai. Emblema dell'eccellenza del “made in Italy” che fa rima con lusso e moda. In questo periodo però, lo stilista Stefano Ricci ha un "problemino" proprio con i cinesi e soprattutto con quelli di Prato. Lo dice senza mezzi termini, pochi minuti prima dell’inizio dei lavori dell’assemblea annuale di Confindustria. «Sulla mia scrivania ho le copie del mio brand che vengono fatte dai cinesi di Prato». Il direttore del Centro di Firenze per la moda italiana – l’associazione pubblico-privata legata a Pitti Immagine – tra i relatori dell’assemblea annuale dell’Unione industriale pratese, è il primo a notare l’assenza degli unici due imprenditori cinesi associati all’Uip (Xu Qiu Lin della Giupel e Gabriele Zhang della confezione Luma, fresco di iscrizione). «Non sono contrario a un prodotto “made in Italy” di fascia media realizzato dagli imprenditori cinesi di Prato, purché la produzione di abbigliamento avvenga sul binario della legalità e del rispetto delle regole». Da osservatore esterno che opera a valle della filiera, il fiorentino Ricci suggerisce alcune ricette perché il tessile di Prato torni a veleggiare come una volta. «Intanto bisogna seppellire ciò che non serve al distretto. L’imprenditore pratese ha il Dna del tessile e deve continuare ad avere quello. Non servono professioni che non appartengono a Prato, come il mondo immobiliare e la finanza creativa». Classe 1949, Ricci ha il pallino delle giovani generazioni che oggi tirano avanti con una miriade di contratti a termine. «Nella mia azienda metto i giovani a lavorare gomito a gomito con gli operai più anziani, al di là di ogni gelosia. Non si può tenere un ragazzo per qualche mese, insegnargli un mestiere e poi mandarlo a casa». Che fare dunque, per rilanciare l’occupazione giovanile tenendo conto che, dati della Uip alla mano, le ore lavorate fra i mesi di gennaio e aprile di quest’anno (su un campione di 147 imprese del tessile-abbigliamento) diminuiscono del 2,9% rispetto allo stesso periodo del 2012? Ad aprire le braccia alle imprese pratesi è il viceministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda (quota Scelta Civica) che raccoglie la scommessa del presidente di Confindustria pratese Andrea Cavicchi, ovvero riportare il contributo dell’industria al Pil italiano al 20%. «Una buona politica industriale non significa rilanciare gli interventi statali che non hanno mai funzionato. Anzi, in passato sono stati forieri di disastri». Il viceministro ha potuto constatare il dramma della realtà pratese scoprendo tra le pieghe di un’indagine della Camera di commercio come il numero delle sofferenze bancarie delle imprese pratesi sia raddoppiato negli ultimi due anni. «A giugno sarà stipulato un accordo per i liberi scambi commerciali tra Unione europea e Stati Uniti: un’opportunità anche per il tessile pratese». Impietosa, l’analisi del Centro studi di Confindustria che scatta una fotografia punteggiata da tante ombre. «A livello nazionale – fa sapere il direttore Luca Paolazzi - la produzione industriale è peggiorata nel corso del primo trimestre e nel secondo trimestre la variazione sarà più pesante. La prima parte dell’anno ce la siamo giocata». Vasta la platea istituzionale presente all’assemblea, dal sindaco Roberto Cenni al presidente della Provincia Lamberto Gestri, oltre ai due parlamentari Claudio Martini e Edoardo Nesi. «Tornerò in parlamento carico di stimoli. Ma - ha detto il Premio Strega - la presenza dei due imprenditori cinesi oggi (ieri, ndr) sarebbe stata importante». L’assemblea di via Valentini ha segnato inoltre l’avvento della federazione tra le Confindustrie di Prato, Pistoia e Lucca, primo in esempio in Italia.
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