Il Tirreno

Prato

L’INTERVISTA a silvia bacci

«Il successo non è nella rincorsa ai grandi numeri»

«Il successo non è nella rincorsa ai grandi numeri»

PRATO. «Per far avere successo a Officina non serve trasformarla in una discoteca per duemila persone». Silvia Bacci dirige con successo il Festival delle Colline ma quasi vent'anni fa è stato uno...

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PRATO. «Per far avere successo a Officina non serve trasformarla in una discoteca per duemila persone». Silvia Bacci dirige con successo il Festival delle Colline ma quasi vent'anni fa è stato uno dei cervelli che ha messo in piedi il progetto di Officina Giovani per la giunta Mattei. Detto così sembra nulla, invece quello che portò alla riqualificazione degli ex macelli fu un progetto culturale all'avanguardia, uno dei primi nel suo genere in Italia. Prato, come per altre cose, precorreva ancora i tempi. Com'era la Prato all'epoca?

«A me che venivo da fuori mi sembrò uno dei centri più attivi e vivaci della Toscana, se non dell'Italia intera. Mi sentivo di entrare in una città in cui si era capito che gli investimenti nella cultura erano un ottimo motore di sviluppo economico e sociale. Mi ritrovai così davanti un teatro stabile, il primo museo d'arte contemporanea d'Italia, un'orchestra sinfonica cittadina, una biblioteca rinomata, un museo del tessuto e anche tanti progetti, progetti che avrebbero cambiato il volto della città come quello della Campolmi. Poi arrivarono gli ex macelli: un luogo straordinario».

Come nacque il progetto di Officina Giovani?

«Il progetto nacque prima dello spazio che avrebbe poi occupato, e prese forma grazie anche ad una visita formativa alle Officine della Zisa di Palermo, all'epoca l'unico esperimento del genere attivo in Italia. Ma prima di trasferirsi negli ex macelli, il progetto visse un periodo di prova pratica poco noto. Protagonisti furono venti giovani artisti pratesi che trasferirono i propri studi nelle stanze dell'ex convento di Santa Caterina e lì vissero per un certo periodo sperimentando varie forme di collaborazione. Fu un periodo bellissimo. L'idea di fondo del progetto era quella di far incontrare i giovani con l'arte».

E il progetto funzionò?

«All'epoca c'erano tanti soldi a disposizione e l'Officina del progetto divenne per diverso tempo una vera officina di incontri, stimoli e amicizie. Certo non c'erano migliaia di persone, ma quel posto serviva per condividere con i ragazzi la grande offerta culturale della città, dalla quale altrimenti sarebbero stati tagliati fuori - in pratica portavamo a Officina gli artisti in visita a Prato - e per far loro toccare con mano l'arte vera. Facevamo laboratori gratuiti con artisti del calibro di Lina Sastri, per esempio. Perché la gente ha bisogno di vedere e di sentire cose belle, non di assistere a saggi. Per quelli bastano i parenti».

Quindi funzionava?

«Sì, per un certo periodo di tempo ha funzionato. Anche perché io penso che il compito di un ente e delle sue politiche culturali sia quello di costruire le basi di una società migliore, e Officina era una posto che aveva proprio questo scopo. Per questo dico che non si devono trasformare i luoghi deputati alla cultura in situazioni costrette a generare per forza grandi numeri. E' impossibile, la cultura non fa grandi numeri, non rincorre il pubblico. La cultura è una cosa bella, soprattutto è qualità, e in questo periodo storico i grandi numeri sono molto lontani dalla qualità».

Non sembra tanto ottimista per il futuro della cultura pratese. Sbaglio?

«In giro vedo una ricerca spasmodica delle proprie radici culturali. Va bene, ma la storia va studiata, non riproposta e basta. Spesso mi ritrovo a pensare ai ragazzi di oggi, che secondo me hanno ascoltato troppo poco rock and roll in vita loro, e poi penso a noi adulti. Credo che il compito di noi adulti sia quello di lavorare per far loro vedere quanto più mondo è possibile, se davvero vogliamo che diventino delle eccellenze in un momento come questo. Lo si può fare e lo si fa anche con il teatro, la musica, il cinema e l'arte in generale. Con uno strumento che ha un nome preciso e si chiama cultura».

Alessandro Pattume

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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