Il Tirreno

Prato

«Un immenso grazie ai pratesi, generosi anche in tempo di crisi»

di Barbara Burzi
«Un immenso grazie ai pratesi, generosi anche in tempo di crisi»

La presidente della Fondazione Pitigliani ha fatto della lotta contro i tumori una ragione di vita Un percorso formativo con le scuole per educare gli alunni e gli insegnanti a non avere paura

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PRATO. Una vita con gli altri e per gli altri. Maria Giovannella Pitigliani, presidente dell’omonima fondazione, ha iniziato il suo percorso nel sociale conseguendo il diploma di infermiera volontaria di Cri. A lei si deve la riapertura del comitato pratese. Nella sua attività si è contraddistinta per l’impegno profuso nell’inserimento dei diversamente abili e più in generale di tutte le fasce deboli, nello sport e nei luoghi di socializzazione. Da sempre interagisce con il mondo del volontariato e della solidarietà. Nel progetto «Regalami un sorriso» c’è l’impronta del suo lavoro di presidente della Fondazione Pitigliani per la lotta contro i tumori: è lei, infatti, a introdurre il sostegno psicologico nelle famiglie dei malati e poi a portarlo nelle classi attraverso un percorso formativo di educazione alla malattia oncologica rivolto agli alunni e ai loro insegnanti «affinché - dice - la malattia faccia meno paura».

«L’iniziativa, in collaborazione con l’Asl, è forse quella a cui sono più affezionata perché aiuta ad affrontare questo delicato tema con i più piccoli - spiega - cercando di trovare insieme a loro delle risposte alle loro domande e a combattere le paure che si creano quando qualcuno in famiglia si ammala . Ne è venuta fuori una raccolta straordinaria di disegni, poesie, racconti e giochi».

Un “Grazie” ai pratesi. Nel 2004 sale alla presidenza dell’ “Associazione Sandro Pitigliani per la lotta contro i tumori”, diventata nel 2011 una fondazione che al suo interno ha creato un importante centro di ricerca.

«Nonostante la crisi le persone non hanno mai smesso di volerci bene - sottolinea - tutto quello che siamo riusciti a fare in questi anni lo dobbiamo ai pratesi, che con noi sono stati davvero generosi e continuano ad esserlo. Pensate che ci sono persone che tutti gli anni ci inviano una donazione, anche di soli 5 euro. A questi scrivo lettere di ringraziamento lunghissime, perché so quanto sforzo richiede anche una piccola offerta in tempi difficili come questi».

La terapia del colore. Se avesse avuto un ruolo tra i personaggi delle favole, sarebbe stata la fatina con la bacchetta magica. Senza ricorrere a nessun incantesimo è comunque riuscita a trasformare una corsia di ospedale in un luogo più accogliente lavando via il bianco dalle pareti e utilizzando il colore come terapia. «La prima cosa che ho fatto quando sono diventata presidente della Fondazione succedendo a mia madre - spiega - è stata quella di rinnovare i locali dove si effettua la chemioterapia e le stanze del reparto di oncologia dipingendo le pareti in coordinato con le tende. Il colore aiuta a migliorare lo stato d’animo delle persone e lo stato d’animo di un malato di cancro conta molto per riuscire a combattere la malattia».

Il sogno nel cassetto. Da una donna alle soglie dei 70 anni ci si aspetterebbe che ormai stesse godendo i frutti del suo successo, invece nella sua lista dei desideri ne è rimasto ancora uno da spuntare. «Sogno di poter allargare il servizio di assistenza psicologica anche al personale infermieristico con cui il paziente ha un contatto più frequente e una maggiore confidenza: è vero che l’infermiere è chiamato a mantenere un certo distacco emotivo, ma il dolore degli altri non può scivolare addosso - continua -. Se si hanno dei figli, è facile immedesimarsi nel dolore di una madre malata. Per questo, un giorno, se avremo abbastanza soldi, vorrei investire in questo progetto di sostegno psicologico al personale ospedaliero».

La mia Prato. «In una situazione di crisi economica generalizzata, Prato ha pagato lo scotto di essere un distretto monoproduttivo - dice - non so se una riconversione sia possibile, ma occorre ridare dignità alle persone con il lavoro. Perché la depressione o il male di vivere causato dalla disoccupazione, talvolta, può fare più male del cancro».

Nel vecchio ospedale. Preferisce non sollevare nuove polemiche sul polo oncologico, però, risguardo all’area dell’attuale Misericordia e Dolce, pensa che ci sia spazio per tutto «alloggi per i parenti dei ricoverati, servizi socio-sanitari e, perché no, è talmente grande da poterci stare anche un bel giardino».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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