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«Sei il padre di mia figlia» Ma il Dna svela l’inganno

«Sei il padre di mia figlia» Ma il Dna svela l’inganno

Tre nomadi a giudizio per circonvenzione di incapace: volevano incastrare un uomo di mezza età, convinto ad assumersi la paternità di una bimba non sua

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PRATO. Avrebbero convinto un uomo di mezza età ad assumersi la paternità di una bambina partorita da una giovane rom, che invece aveva avuto la figlia da un’altra persona. Per questo tre nomadi residenti in città sono sotto processo con l’accusa di circonvenzione di incapace.

Un processo veramente singolare quello in corso davanti al Tribunale presieduto dal giudice Signorini. Sul banco degli imputati (ma ieri non presenti in aula) ci sono il padre della giovane rom, la figlia e il fratello. Secondo quanto ipotizzato dalla Procura, ieri rappresentata dal sostituto Roberta Pieri, i tre avrebbero architettato un piano per incastrare un pratese di mezza età che ha un evidente ritardo mentale, come ha confermato in aula uno psicologo dell’Asl.

Il 9 settembre del 2010 la giovane rom ha dato alla luce una bella bambina, a cui ha dato il proprio cognome. Il giorno dopo, però, il padre della donna, insieme al fratello di lei, avrebbero incontrato il pratese, ora parte lesa, e lo avrebbero convinto ad assumersi la paternità della bambina, che poi è stata ribattezzata con un altro nome. Sta di fatto che l’uomo di mezza età, come ha testimoniato ieri la sorella, uno di quei giorni è tornato a casa e ha informato laconicamente i familiari di essere diventato papà.

Comprensibile lo stupore dei genitori dell’uomo e della sorella, che ignoravano avesse una relazione, dopo un matrimonio finito già molti anni prima. La sorella ha raccontato che il fratello non parlava volentieri di questa storia, ma dopo un po’ ammise di aver avuto un rapporto sessuale con la giovane rom. Una cosa occasionale che non si era trasformata in una relazione stabile.

L’ipotesi della Procura, contrastata dagli avvocati difensori Melissa Stefanacci, Vittorio Simoncelli e Katia Dottore Giachino, è che la famiglia rom si sia approfittata dello stato di inferiorità psicologica del pratese per attribuirgli la paternità allo scopo di ottenere la cittadinanza italiana per la figlia della giovane rom. Non risulta peraltro che il “padre per caso” abbia dato dei soldi ai rom, e neppure che questi lo abbiano chiesto.

Quel che è certo è che non è lui il padre. Lo dimostrano i risultati dell’esame del Dna, che hanno escluso che la bambina sia sua figlia. Alla prossima udienza, fissata per il mese di luglio, verrà ascoltato il medico che ha fatto l’esame del Dna e poi si andrà verso la sentenza.

Paolo Nencioni

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