Finanza
Luconi e la Prato dagli occhi a mandorla
Il regista racconta in un film documentario la nuova città divenuta un laboratorio «affascinante e misterioso»
PRATO. Ha uno sguardo delicato e sensibile il regista Massimo Luconi quando osserva i tanti giovani cinesi, nati o cresciuti a Prato, che faticano nell’imparare l’italiano o vanno a scuola la domenica mattina a studiare la loro lingua d'origine.
Nel suo film documentario “L’occupazione cinese”, realizzato per Rai Cinema, egli restituisce al pubblico uno spaccato vivo e reale della Prato di oggi, in cui emerge la sua complessità e la sua ricchezza culturale. Il video, della durata di un’ora, sarà presentato mercoledì prossimo (15 maggio) in occasione dell’evento organizzato dall’associazione Pratofutura, mentre in una data successiva sarà trasmesso sulle reti Rai e andrà a completare un ciclo televisivo, sulla presenza dei cittadini cinesi in Italia, che ha già toccato le città di Milano e di Napoli.
La Prato di oggi è diversa da quella che Luconi ha vissuto negli anni ’70 o quella che ha conosciuto durante la sua attività amministrativa negli anni’90, ma è un luogo composito e molto interessante in cui le storie delle persone si intrecciano alle attività economiche e alle tradizioni.
«Prato non è più la stessa della mia adolescenza e dei miei ricordi, ma è diventata un’altra, per certi aspetti affascinante e misteriosa, e che mi sono accorto di conoscere molto poco nella sua ultima evoluzione – ha spiegato il regista – La vera scoperta, per me, sono stati i molti giovani di origine cinese, della generazione cresciuta in Italia, che vorrebbero trovare originali forme di affermazione individuale e di articolazione tra le culture, cercando di uscire dalla cosiddetta economia etnica legata alla famiglia di origine». Un percorso interiore non facile per questi ragazzi che, secondo Luconi, crea un conflitto tra il loro mondo attuale e quello di provenienza, fortemente legato alle tradizioni orientali. Da questa sofferenza nascono “giovani forti e intelligenti”. Per quasi un anno il regista è andato a scovare luoghi curiosi e sconosciuti del centro e della periferia, ha parlato con ragazzi e insegnanti, ha intervistato imprenditori tessili, attori del laboratorio teatrale del Metastasio, personaggi pubblici della realtà pratese, ha persino seguito e documentato uno dei controlli coordinati dalle forze dell’ordine in una azienda cinese, evitando di restituire al pubblico un film che avesse il sapore di un’inchiesta giornalistica. Piuttosto ha raccontato un’immagine positiva e interessante della città, in cui non covano forme di razzismo. «La condizione dei pratesi di oggi di fronte al ‘fenomeno cinese’ è di insofferenza – ammette il regista – Non ho mai avuto la sensazione che si tratti di razzismo. E’ piuttosto un atteggiamento legato alla presenza molto numerosa dei cittadini cinesi che, talvolta, crea una certa stanchezza e insoddisfazione nelle persone».
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