Il Tirreno

Prato

«La coesione ha bisogno di impegno»

Per l’economista Gabi Dei Ottati il rilancio del sistema distrettuale deve partire dal basso

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PRATO. «Il distretto non nasce e si mantiene per decreto. Nasce e si mantiene se gli attori si comportano in un certo modo. La coesione è indispensabile ma non è automatica. Non è detto che se Prato negli anni Settanta è stato un distretto coeso lo sia ancora». A parlare è la docente di economia applicata del dipartimento di Scienze economiche dell’università di Firenze e profonda conoscitrice, da sempre, delle dinamiche del distretto pratese Gabi Dei Ottati. «Negli ultimi decenni - interviene la docente e ricercatrice autrice di molte pubblicazioni sul tema - si sono verificati molti processi di tipo economico, sociale e istituzionale che hanno prima rallentato i processi di riproduzione della macchina distrettuale e poi forse compromesso il funzionamento di alcune sue parti fino a danneggiare il sistema produttivo. Tutto questo è accaduto in un lungo periodo di crisi che per fenomeni anche indipendenti dagli imprenditori di Prato e dai suoi lavoratori il sistema economico si è eroso e con esso il meccanismo molto delicato di concorrenza e di coesione tra lavoratori e imprenditori, tra subfornitori e committenti, tra le varie istituzioni di rappresentanza».

E allora come ritrovare una coesione oggi impolverata? «Alcune cose - è parere di Dei Ottati - si possono fare a livello locale, altre no. Bisogna ripartire da quello che c’è : dalle competenze, dall’imprenditorialità, dalle risorse che ci sono ancora e rimettere in moto un meccanismo di confronto. Si deve ricreare fiducia».

Con la consapevolezza che a Prato è forse più complicato che altrove. «La forte immigrazione che c’è stata ha contribuito alla frammentazione del tessuto sociale e economico. Se a livello di sistema si deve ripartire è quindi necessario che in questo nuovo patto sociale e economico si comincino a far entrare nuovi cittadini pratesi. Non si può prescindere: il 30% dei giovani al di sotto dei diciassette anni a Prato è straniero».

Eppure anche recentemente c’è stata coesione: basti pensare alla manifestazione “Prato non deve chiudere” del 2009. «In quell’occasione - è pare di Dei Ottato - Prato si era presentata quasi come stesse facendo un funerale. Ma a chi si appellava? Al Governo? Di sicuro le istituzioni devono fare la loro parte ma il ruolo di proposta e impegno deve partire dal basso. Non è l’assistenzialismo che fa ripartire l’economia. Anzi. Se serve per evitare che la gente si uccida va bene altrimenti le aziende si rimettono in moto in altro modo».

E questo Primo Maggio insieme che cosa le fa pensare?

«E’ un passo importante. Il Primo Maggio ha un valore simbolico ma è necessario che le parti, tutte, partecipino al processo sociale: i lavoratori devono adattarsi alle richieste del mercato, ma gli imprenditori devono individuare le nuove opportunità, investirci e portare a casa nuovo lavoro che possa, possibilmente, mantenersi nel tempo perché basato sull’innovazione. E un contributo debbono darlo anche le istituzioni che sono chiamate a dare un’idea di futuro, di identità comune e di coesione come bene pubblico».(ile.r.)

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