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Tra meraviglie e brutture, la città sta cambiando pelle
Il soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze racconta la sua passione per l’arte «Ho dato il mio contributo alla riapertura del Museo Civico: la sua chiusura è stata una tragedia»
PRATO. I genitori speravano che diventasse un medico o un avvocato, ma la passione per la storia dell'arte, appresa tra i banchi di scuola al liceo Cicognini, ha avuto la meglio nella sua formazione e nella successiva carriera professionale.
Oggi incontriamo Marco Ciatti, pratese doc di 58 anni, considerato uno dei massimi esperti della materia a livello nazionale. Da febbraio del 2012 è soprintendente dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l'istituto centrale dipendente dal ministero dei beni culturali che si occupa di restauro e di conservazione delle opere d'arte. Una vita dedicata allo studio del patrimonio artistico, un interesse grande che lo ha portato a svolgere numerosi incarichi per conto del ministero, della soprintendenza per i beni storici e artistici e dell'università di Siena e, dal 1984, presso lo stesso Opificio, dove ha diretto i lavori di restauro di capolavori di Botticelli, Caravaggio, Giotto, Cimabue, Filippo Lippi, Mantegna, Raffaello, Rubens, solo per citarne alcuni.
Il professore Marco Ciatti può essere a buon diritto soprannominato “il salvatore dell'arte”, proprio come il premio nazionale che gli è stato conferito nel 2011 nelle Marche, per l'impegno speso per il salvataggio di numerosi capolavori pittorici. Da sempre Ciatti vive a Prato e ogni giorno fa il pendolare, in treno, verso Firenze. E' rimasto con le radici ben piantate nella sua città, luogo che nel tempo ha modificato profondamente la propria fisionomia.
«La Prato di oggi è molto diversa da quella che ho conosciuto e che ho vissuto quando ero giovane – commenta Ciatti – Per molti aspetti è peggiore, per altri ha seguito i cambiamenti che caratterizzano la nostra società. Ci sono cose più brutte rispetto al passato, penso al centro storico che si sta spopolando e alla crisi che investe tutta l'economia, dalla parte opposta però ci sono anche cose meravigliose, come ad esempio la bellissima biblioteca Lazzerini e la prossima riapertura del Museo Civico. Oggi la città cerca una sua nuova identità e garanzie per il futuro».
Com'era Prato quando lei era studente, quali luoghi frequentava? «Ricordo una Prato industriale, attiva, che distribuiva ricchezza. I miei luoghi sono stati il liceo Cicognini, dove ho studiato, il campo di pallacanestro della società Etruria, i ritrovi di noi ragazzi in piazza San Francesco».
Com'è nata la passione per la storia dell'arte?
«Tutto è iniziato al liceo. Ho avuto come insegnante di storia dell'arte il professore Aldo Cairola, grande studioso, e le sue lezioni erano davvero stimolanti. Ho sempre avuto una predilezione per le materie umanistiche. La mia famiglia aveva amicizia con il soprintendente Giuseppe Marchini, fu proprio lui a convincermi nell'intraprendere questo percorso. Per me è stato un esempio da seguire. Mio padre avrebbe preferito che studiassi medicina o facessi un percorso più vicino al lavoro, ma non è stato così».
Per tanti anni lei ha insegnato teoria del restauro e storia delle tecniche artistiche in vari corsi universitari. Cosa ha saputo trasmettere ai giovani? «Dal 1998, da quando ho iniziato a lavorare all'università, ho fatto di tutto per spingere i giovani verso questo settore. Purtroppo però le prospettive non sono buone, non si cerca di dare spazio alle loro conoscenze e questo porta ad un generale impoverimento culturale. E' giusto preoccuparsi dell'oggi, ma la politica italiana non sembra intenzionata a lavorare per il domani e questo provoca una grave dispersione di capacità e di risorse».
Quale contributo lei ha dato alla Prato di oggi? «Finalmente viene riaperto il Museo Civico, la sua chiusura per tutto questo tempo è stata una vera e propria tragedia. Ho collaborato con le amministrazioni comunali, sia con la precedente e anche con quella di adesso, rendendomi disponibile per seguire vari aspetti organizzativi legati allo spazio espositivo. Ho prodotto varie relazioni sulla sua sistemazione complessiva».
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