Il Tirreno

Prato

Un nuovo Centro per non chiuderci al contemporaneo

Un nuovo Centro per non chiuderci al contemporaneo

Per Angelo Formichella, membro del cda per la Regione, in futuro più spazio ad architettura, arti visive e video

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PRATO. Un tavolo tecnico per ridefinire la missione del Centro Pecci che nel suo futuro dovrà essere molto più presente anche su un altro fronte: quello delle cosiddette arti maggiori, ossia architettura, arti visive e arte dell’immagine in movimento.

Angelo Formichella, neo consigliere nel cda per la Regione, prova a tratteggiare il possibile futuro di un Centro che avrà il compito, anche in Toscana, «di far assaporare la contemporaneità alle giovani generazioni», senza bisogno di obbligarle all’estero. «Se pensiamo solo a vendere il glorioso passato - aggiunge Formichella - ci condanniamo ad essere incapaci di vendere il contemporaneo. Non avremo mai un nuovo Michelucci se non ci apriamo al dialogo con la contemporanietà».

Il grezzo è quasi finito, ma è già ben visibile lo spazio espositivo, ma cosa allestirvi per farlo decollare?

«Non sta a me dirlo ma a al direttore che avrà l’onere e l’onore di guidare il “nuovo corso” del Pecci. Io posso solo dire che questo ampio spazio che si aggiunge consentirà una grande flessibilità con possibilità espositive articolabili dalle due alle quattro sezioni distinte».

Come dovrà cambiare il Pecci ?

«Qualcosa di molto importante è già cambiato a partire ad esempio dalla recente legge regionale sulla cultura che stabilisce che, in Toscana, il Centro Pecci è il soggetto coordinatore delle attività dedicate alle arti contemporanee. Questa dimensione regionale determina una missione più ampia del Centro e lo obbliga ad un dialogo internazionale che sia la Toscana che Prato si meritano ma che hanno anche il dovere di praticare».

La struttura è in via di completamento, ma dove trovare i finanziamenti per farla funzionare al meglio?

«La Regione continuerà a fare la sua parte, è ovvio che a fianco della regione dovrà esserci anche il Comune di Prato e una sistema di imprenditoria toscana che va portato a condividere innovazione , sviluppo, competitività, internazionalizzazione».

Arte, architettura, moda, design, sarà un po’ troppo?

«Se si pensa che in questi ambiti si debbano semplicemente “fare mostre” allora forse c’è veramente troppa roba e troppo eterogenea. Se invece pensiamo ad un centro propulsore della contemporaneità, dove le mostre sono solo un aspetto delle attività che invece si compongono anche di didattica, e molte altre azioni che in sintesi definirei di start-up, allora possiamo aggiungere anche altri ambiti fino ad arrivare anche al cinema e ad altri aspetti vicini a questo».

Lei ha avuto un parte importante nel proporre l’incarico del nuovo Pecci all’architetto Maurice Nio, può spiegaci come è andata?

«Lanciai la proposta che un criterio per scegliere in un lasso di tempo molto ristretto un progettista poteva essere quello di selezionare fra “la meglio gioventù europea”. Con l’aiuto dell’amico Marco Brizzi, storico e critico di architettura contemporanea, organizzammo quindi una rosa di nomi che comprendeva due studi emergenti per ogni paese europeo. Fu selezionato Maurice Nio che già nella sua persona , è olandese di origine indonesiana, ancor prima che nel suo lavoro rappresenta quella multiculturalità in cui la nostra città è già pienamente immersa».

Riccardo Tempestini

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