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cronaca

Un pediatra diviso tra Emergency e l’amore per Sherlock Holmes

L’infanzia divisa tra Roma e Brindisi. Poi l’arrivo in Toscana e la scoperta dell’amore per la medicina «Prato è un “paesone” che mi ha dato un lavoro e fatto subito sentire come a casa mia»


14 aprile 2013 di Martina Altigeri


PRATO. Tanti bambini sono passati sotto lo sguardo attento di Enrico Solito. Da trenta anni lavora a Prato come pediatra, un lavoro delicato e importante a cui egli sa abbinare l'insegnamento universitario, il volontariato nel mondo e la passione per la scrittura. Non dimentichiamoci che il dottore in questione è uno, o meglio, è il massimo conoscitore italiano di Sherlock Holmes, l'investigatore londinese nato dalla penna di Conan Doyle. Enrico Solito non ha origini pratesi, ma si è trovato a fare tappa in questa città agli inizi degli anni Ottanta e da allora vi ha attaccato fortemente le sue radici. «La mia storia è complessa, come complessa è sempre la vita. Mio padre era un funzionario di banca ed allora i funzionari si sobbarcavano lunghi trasferimenti per fare carriera. Io sono nato a Roma e lì sono rimasto solo fino all'età di sei anni; poi mio padre fu promosso nella piccola filiale di Brindisi, in Puglia. Io e mia sorella ci ambientammo benissimo. Ancora adesso un pezzo importante di me è profondamente meridionale, legato a quelle spiagge selvagge e bianche che non finivano mai, al verso dei gabbiani, alle donne vestite di nero, le strade assolate...restammo laggiù fino al 1970, e di lì un altro salto grande: Firenze. A Prato sono arrivato solo dopo la specializzazione, a 27 anni: il lavoro, la convenzione in pediatria. Non so esattamente a chi appartengo di più: Roma l'ho nel sangue; la Puglia è l'infanzia; la Toscana è l'adolescenza; Prato è la vita adulta. Sono molto grato a Prato e ai pratesi, che non mi chiesero nulla e mi offfrirono come guadagnarmi la vita».

Com’è la Prato di oggi rispetto a quella che lei ha conosciuto al momento del suo arrivo?

«Più spietata, e disillusa. Allora a un giovane che arrivava chiedendo di lavorare nessuno aveva nulla da obiettare: il rumore dei telai a Mezzana come a Vergaio si sentiva tutta la notte e un uomo veniva valutato per come si impegnava. Oggi la città è piena di gente di tutti i colori e le etnie, eppure c'è un odio e un razzismo che allora era del tutto sconosciuto».

Cosa la colpì allora?

«Questo è un “paesone” sì, ma non fu uno shock per chi in un paese, una piccola città del profondo Sud, aveva vissuto tanti anni. Il silenzio nelle strade la domenica, il sapere tutto del dirimpettaio...cose già viste e che mi fecero sentire di nuovo coccolato».

Oggi lei è un medico conosciuto e apprezzato. Nonostante l’impegno lavorativo riesce a trovare il tempo per la sua grande passione: la letteratura. Com’è nato questo suo interesse per il giallo?

«Chissà, forse è la voglia di vederci chiaro, di sapere dove è la verità. Nacque durante la preparazione di un esame di farmacologia, assieme ad un amico. Per curiosità cominciai a leggere romanzi gialli, e non ho mai smesso. E adesso ne scrivo».

Cos’è scattato in lei che l’ha portata ad inventare queste storie?

«Scrivere romanzi e racconti gialli, ambientate nella Londra di Holmes ma anche nella Roma papalina, nella Firenze umbertina, nella Toscana della resistenza, è un piacere e un divertimento, un fuggire in un altro mondo che mi permette di ristorarmi e tornare "da questa parte" rinfrancato e divertito. Scrivere cura».

In preparazione c'è un nuovo romanzo ambientato nella Puglia degli Anni 60 e qualche idea per un racconto. La fantasia di Enrico Solito si muove nel tempo e nello spazio e dopo i gialli ideati all'interno di Sesto Fiorentino al tempo dei moti del pane del 1898 e di Tizzana nel 1943, in futuro ci potrebbe essere anche un libro sulla Prato contemporanea, in quel mondo che conosce e che apprezza da vicino.

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