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Concorrenza sleale, la piaga dell’economia del distretto

Concorrenza sleale, la piaga dell’economia del distretto

PRATO. In media le aziende cinesi rimangono aperte per 18 mesi. Un tempo sufficiente per non pagare le tasse. E soprattutto non rendersi più rintracciabili. Un comportamento a cui si abbina l’abitudin...

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PRATO. In media le aziende cinesi rimangono aperte per 18 mesi. Un tempo sufficiente per non pagare le tasse. E soprattutto non rendersi più rintracciabili. Un comportamento a cui si abbina l’abitudine di sfruttare la manodopera clandestina o, in caso, di contratti fare dei part time chiedendo in cambio un orario di lavoro full time. E poi il nero. Un mare di nero. Chi lavora con le aziende cinesi spesso si lamenta che il problema non è collaborarci ma farsi fare una minimo di fattura, giusto per giustificare le spese fisse.

E’ la concorrenza sleale che i pratesi accusano di fare ai cinesi. E, anche se non tutti si comportano allo stesso modo, i controlli dimostrano che l’illegalità nelle aziende orientali è molto diffusa. Tanto che l’Unione industriale pratese ha creato la figura dell’imprenditore alla “legalità” intendendo non solo colui che vigila su eventuali infiltrazioni mafiose ma soprattutto colui che tiene i rapporti con gli organi di controllo per porre l’attenzione sui comportamenti scorretti.

Una concorrenza che, di fatto, si palesa quasi esclusivamente sulla fase finale della filiera tessile (rifinizioni e tintorie) ma che viene percepita a Prato come se fosse esercitata in tutti i settori.

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