Finanza
Cardini: «Integrazione una scommessa aperta»
Lo storico che vive in via Filicaia parla di una Prato a due velocità «ma perché i pratesi ricchi hanno l’interesse a fomentare ancora una guerra tra poveri»
PRATO. I “suoi” cinesi sono quelli del bar sotto casa perché è in via da Filicaia che vive. Qui, nel cuore della Chinatown pratese, abita la figlia, qui ritorna quando gli impegni di docente all’Istituto di scienze umane non lo trattengono a Firenze o lo portano all'estero.
Un occhio attento, quello di Franco Cardini, uno dei massimi storici del Medioevo, soprattutto quando si posa sulle facce dei ragazzini cinesi e italiani che camminano insieme, si prendono mano per la mano.
«Dieci anni fa sarebbe stato impensabile - fa notare - l’integrazione rappresenta una scommessa tutta aperta». I cinesi che gli passano sotto il naso sono anche quelli che sfrecciano con la Porche o con la Ferrari. E che problema c'è? Cardini e gli stereotipi non sono mai andati d’accordo.
Prato a due velocità, perchè il pratese che si è impoverito, oggi storce il naso a vedere il cinese che ha fatto soldi e può permettersi il macchinone?
«Il problema è che esiste ancora il pratese ricco che ha tutto l’interesse a fomentare una guerra fra poveri, cosicché il pratese “povero” è portato a puntare il dito contro il cinese facoltoso e dimentica il resto».
Chi sono in fin dei conti i cinesi ricchi?
«Sono quelli che in passato hanno fatto affari con i pratesi ricchi. Non possiamo creare “ghetti”, impedire ai cinesi di comprare la Porche o la Ferrari. Se accettiamo in toto il modello di libero mercato valido per tutti, allora non possiamo meravigliarci se un cinese viaggia con le auto di lusso. Comunque la crisi si sente anche per loro».
Quindi tutii sulla stessa barca?
«Da una parte abbiamo i cinesi della prima generazione che hanno messo i soldi da parte e stanno tornando in Cina. Si rischia di abbaiare alla luna: magari fra dieci anni Chinatown si svuoterà e i cinesi venderanno i fondi ai pratesi».
Questa crisi fa male al processo di integrazione?
«La crisi serve da elemento regolatore di una situazione che era andata avanti in modo squilibrato. Guai se dieci anni fa si andava a chiedere a un ventenne italiano di fare lo spazzino: i mestieri peggiori si lasciavano agli immigrati. Oggi la crisi è tale che, se il lavoro manca, si prende anche lo spazzino».
Ua anno e mezzo fa, durante un’iniziativa pubblica, lanciò come provocazione l’idea di portare Datini nelle case cinesi.
«Sì, proposi che venisse insegnata la storia di Prato ai ragazzini cinesi. Ma bisognerebbe spiegare la storia di un paese dalla cultura millenaria come la Cina anche i giovani pratesi. Sono sempre convinto che si debba lavorare meglio sugli strumenti culturali».
Che sono mancati in questi anni a Prato?
«Se si fosse seminata più conoscenza e si fosse fatto meno allarmismo sui cinesi saremmo andati più avanti».
Una tirata d’orecchie a questa amministrazione?
«Non è esatto. Nei confronti della comunità cinese il sindaco Cenni ha preso iniziative che io avrei evitato. D’altro canto, il primo cittadino è espressione di un schieramento politico che ha fatto dell’allarmismo sugli stranieri il cavallo di battaglia. Mi sembra però che il nostro sindaco sull’immigrazione cinese abbia cambiato registro. Ormai si capisce che i bacini elettorali non si ampliano alimentando la xenofobia. Anche le vecchie giunte di sinistra hanno le loro colpe».
Quali?
«Hanno sbagliato a far credere che con l’arrivo degli immigrati andasse tutto bene, privilegiando in quale modo gli stranieri e creando così ulteriori elementi di divisione. Se di sinistra, il “povero” pratese che si vede passare avanti il povero di un’altra parte del mondo, alle elezioni prima andava a votare Lega, ora Grillo. Ci voleva più equilibrio nel gestire il fenomeno».
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