Sicurezza
«Il distretto tessile pratese sempre meno produttivo»
Per il presidente Giusti le aziende sono sempre più spostate sul commercio ma rassicura: «Non è un male. C’è un’evoluzione di tutti i segmenti della filiera»
PRATO. «Dall’indagine sulla filiera che stiamo facendo ritengo emergeranno dati inattesi. C’è da starne certi. Un esempio? Sono convinto che il numero degli addetti sarà molto più basso di quanto ci aspettiamo». E ancora: «Quindici anni fa si parlava di 12-13.000 telai. Oggi, penso, non arriviamo a 2.000».
Il presidente della Camera di commercio Luca Giusti, forte di una pluriennale esperienza alla guida di una delle associazioni artigiane, non si tira indietro dal fare un’analisi del distretto tessile. E non solo. Lo interpreta, ovviamente in attesa dei dati definitivi del lungo e complesso lavoro in atto negli uffici studi dell’ente camerale e delle associazioni di categoria, con freddezza e lucidità andando dritto al sodo. «Il distretto è cambiato e sta diventando sempre più commerciale e sempre meno produttivo», sintetizza Giusti che argomenta - e vede come positiva - questa strisciante e complessiva metamorfosi in atto.
Giusti, quando parla di cambiamento da produttivo a commerciale cosa intende?
«Intendo dire che all’internno delle aziende tessili pratesi la parte di cui si è seguito la produzione rispetto a 5-6 anni fa è inferiore rispetto all’attuale. Si acquista di più per poi rivendere».
Non è un rischio secondo lei?
«No, io vedo questa evoluzione positivamente perché la parte commerciale è di due tipo: ce n’è una parte che viene dall’esterno ma anche un’altra parte che è interna alla filiera tessile. E questa evoluzione sta avvenendo anche nei contoterzisti che sempre più si presentano con un prodotto realizzato in proprio. Qui, a Rappresentanto ad esempio, ci sono aziende contoterziste che presentano loro creazioni vendendole direttamente. E’ evidente che questo rende più libere e autonome dalla committenza anche le piccole aziende».
D’accordo. Ma un distretto che nasce come produttivo non rischia spostandosi sul commerciale di perdere di appeal, di qualità?
«No, anzi. Io vedo positivamente questo. Tutta la filiera, e non solo l’impannatura, evolve a un gradino superiore. Questo cambiamento del resto non nasce in maniera sporadica ma su esigenze dei vari attori della filiera. Delegare un pezzo della produzione ad altri riduce i costi (di magazzino ad esempio) e porta a una razionalizzazione delle spese e aumenta la specializzazione e la qualità proprio perché ognuno si presenta con il proprio prodotto ad altri».
Alla fine non è un beneficio per i committenti che anziché farsi carico di una propria filiera di contoterzisti si sgravano di una parte del rischio di impresa.
Questo consente ad esempio ai committenti di provare a realizzare il capo finitoe quindi a innescare un percorso positivo. Il capo finito diventa riconoscibile ed essendo confezionato con stoffe pratesi farà passare lo stile, la creatività, la capacità di realizzazione di Prato. Lo stile pratese sarà evidente nel prodotto stesso che proprio perché fatto qui avrà un valore aggiunto: le stoffe. E ad essere valorizzata sarà tutta la filiera».
La realizzazione del capo finito non è un impegno sporadico tra le aziende tessili?
«No, le aziende che oggi hanno successo sul mercato e che stanno avendo dei risultati hanno tutt, chi più chi meno, provato o valutato di realizzare capi finiti per i propri clienti. Una delle prime è stata Beste ma ci sono molti altri lanifici che lo stanno facendo».
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