Il Tirreno

Prato

Risparmi sugli stipendi Protestano i dipendenti

di Maria Lardara

I lavoratori del Centro di Galceti hanno riottenuto i superminimi ricorrendo a un decreto ingiuntivo. La presidente Bicchi: «Una reazione ingiusta»

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PRATO. Il campanello d’allarme è squillato dopo il tentativo di togliere i “superminimi” dalle loro buste paga, ovvero una voce che è parte integrante dello stipendio. Questo a fine 2012. C’è voluto un decreto ingiuntivo a gennaio con opposizione del sindacato perché i dipendenti del Centro di scienze naturali li recuperassero. Si arriva a metà marzo, i mal di pancia dei cinque lavoratori (assunti a tempo indeterminato) preoccupati per il loro futuro non si fermano e finiscono in una lettera indirizzata al sindaco Cenni e al vicesindaco Borchi. Oggetto: le difficoltà economiche del Csn.

L’incipit suona in tono polemico, lasciando intendere relazioni sindacali non proprio rosee: «A seguito delle ultime disposizioni del Cda con il tentativo di ridurre d’autorità e unilateralmente gli stipendi, siamo venuti a conoscenza delle difficoltà economiche della Fondazione». Il resto della lettera sottolinea l’attaccamento dei dipendenti a una struttura che sta riprendendo a volare dopo l’annus horribilis del 2011 (quello del sequestro giudiziario e l’avvio dell’indagine a carico dell’ex direttore Tozzi ed ex presidente Calissi). Da una parte si chiama in causa il Cda che – si legge - «sembra vedere come unica soluzione alle ristrettezze economiche quella di limitare i costi riducendo gli orari di lavoro o addirittura il personale», dall’altra si snocciolano numeri sull’affluenza annuale utilizzando come termine di paragone la media di 15-17mila visitatori del museo del Tessuto e i 120mila del Pecci. Se nel 2010 il Centro richiamava 31mila visitatori e nel 2012 gli stessi sono stati 10mila, per il 2013 – dicono i dipendenti - «si prevede un significativo aumento viste le tante iniziative».

Se queste sono le premesse, i lavoratori si spingono a chiedere «un’attenta distribuzione dei contributi comunali che riconosca l’effettivo lavoro svolto». A buttare acqua sul fuoco è la presidente della Fondazione Pamela Bicchi insediatasi nel 2011 dopo che, per dirla con le sue parole, «per dieci anni non era mai stato piantato un chiodo». Parla di relazioni «ottime» con i dipendenti definendo in parte «ingiusta» quella lettera che è anche nelle sue mani. «Come avviene in tutte le buone famiglie, nei momenti di difficoltà si chiede a tutti di fare sacrifici. Fuori c’è la crisi, la nostra volontà non è di tagliare posti di lavoro ma semmai aumentarli. I lavoratori possono stare tranquilli».

«Comunque - riprende Bicchi - trovo ingiusto rimproverare all’amministrazione di non sostenerci abbastanza: di questi tempi 250mila euro di contributo sono cifre importanti, così come i 300mila euro spesi per il magazzino e le nuove aule didattiche». Lo sguardo della presidente è tutto proiettato al futuro, con il progetto di riqualificazione da 4 milioni e 500mila euro presentato in Regione e che prevede la nuova sede del museo.

«E’ un miracolo che il Centro non abbia chiuso: oggi non saremmo a parlare del futuro senza l’accordo con la Curia (proprietaria degli immobili, ndr) del 2011 e se l’amministrazione non avesse saldato gli affitti arretrati per la locazione degli spazi, per un totale di 200mila euro». Il peggio, secondo Bicchi, è alle spalle. Gli incassi di Pasqua e Pasquetta sorridono con 1.500 biglietti staccati nei due giorni di festa.

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