La manifestazione
«È stata Elen a uccidere E’ la mia parte cattiva»
Il racconto della badante georgiana rea confessa dell’omicidio di Cleofe Nizzi Per il consulente psichiatrico la giovane è parzialmente inferma di mente
PRATO. Si chiama Elen la parte cattiva di Natia. Elen è pericolosa per chi passa vicino a Natia e lei per ben sette volte ha tentato di liberarsene, uccidendosi, ma alla fine ha vinto il lato oscuro e a morire non è stata Natia Tatarashvili, ma Cleofe Nizzi, la novantenne di Oste uccisa a coltellate dalla badante georgiana, il pomeriggio dell’Epifania.
E’ questo il passaggio centrale della perizia psichiatrica redatta dal professor Rolando Paterniti, direttore dell’unità operativa di Psichiatria a Careggi, sul conto della badante di 24 anni, rea confessa dell’omicidio di Cleofe Nizzi. Il consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice per le indagini preliminari ha depositato ieri la perizia che diventerà il nocciolo del processo nel quale la pubblica accusa è rappresentata da Antonio Sangermano.
Ai fini pratici, il consulente ha stabilito che Natia Tatarashvili è parzialmente inferma di mente, vale a dire che nel momento in cui commetteva l’omicidio la sua capacità di intendere era «grandemente scemata». Non è una buona notizia per la difesa, che invece puntava sulla totale infermità di mente che avrebbe salvato la giovane georgiana dalla condanna e le avrebbe spalancato le porte di un Ospedale psichiatrico giudiziario per almeno 10 anni.
Così invece Natia potrà essere processata e condannata. I suoi difensori sceglieranno quasi certamente un rito alternativo (abbreviato o patteggiamento) e si prevede una pena con uno sconto di un terzo, dai 14 ai 16 anni.
La doppia personalità di Natia era emersa già poche ore dopo l’omicidio, mentre rispondeva alle domande del sostituto Sangermano. «Dentro di me c’è una parte buona e una cattiva... Cerco di uccidere la parte cattiva...» disse la badante per spiegare come mai avesse tentato per ben sette volte di togliersi la vita, l’ultima gettandosi nel Bisenzio tre settimane prima dell’omicidio. Ora a quella parte cattiva ha dato anche un nome, Elen. «Sento dentro di me questa Elen, che cerca di prendere il sopravvento, io cerco di resistere ma non sempre ci riesco». Questo il tenore del racconto fatto al professor Paterniti. Un racconto che però non spiega fino in fondo come la giovane georgiana abbia mantenuto la lucidità necessaria per inscenare una rapina finita male, un tentativo di depistaggio presto scoperto dai carabinieri. E dunque Natia è sì un soggetto “border line”, una personalità non schizofrenica ma dissociata. Ma non è totalmente incapace di intendere, ed è socialmente pericolosa.
Perché Elen, la sua parte cattiva, è ancora dentro di lei e da un momento all’altro potrebbe decidere di prendere il sopravvento, senza che Natia possa farci molto. Dovrà conviverci ancora un bel po’, nella cella del carcere o in clinica. E in fondo è questa la sua vera condanna.
Paolo Nencioni
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