Il Tirreno

Prato

Striscioni dei dipendenti «Lasciateci lavorare»

di Pasquale Petrella
Striscioni dei dipendenti «Lasciateci lavorare»

Manifestazione davanti al tribunale per solidarizzare con gli imprenditori Interrogati Diddi e Riccio: entrambi hanno respinto le accuse

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PRATO. «Rendeteci Giorgio Diddi e Roberto Riccio colpevoli solo di lavorare», «Lasciateci lavorare in pace», «Cina e Italia unite per lavorare», «Sbloccateci gli stipendi». Questi alcuni degli striscioni che i dipendenti del Gruppo Diddi hanno esposto ieri mattina davanti all’ingresso del tribunale di Prato mentre i due imprenditori, rispettivamente di 31 e 32 anni, venivano interrogati dal giudice delle indagini preliminari, Luca D’Addario, alla presenza dei loro avvocati: Michele Nigro ed Alberto Rocca per Diddi, Barbara Mercuri per Riccio.

I due imprenditori sembra che abbiano risposto a tutte le domande negando gli addebiti che gli vengono contestati e dando le loro spiegazioni sulle fatture emesse che sarebbero, secondo gli imputati, tutte legate ad operazioni veritiere.

Giorgio Diddi e Roberto Riccio sono stati arrestati giovedì scorso su indagine della Guardia di finanza che avrebbe contestato loro operazioni commerciali inesistenti con fatture emesse anche da ditte "fantasma" ad hoc costituite, riconducibili a cinesi, per un totale di 12 milioni di euro per non versare Iva, Ires e contributi previdenziali. Dalle indagini risulterebbe che sarebbe stata bruciata documentazione cartacea e cancellati i dati informatici. Accertata anche la distrazione dal fallimento di una società pratese, la "Full Cycle", collegata commercialmente, di 200mila capi di abbigliamento verso una società turca controllata.

Sarebbero state apposte anche false etichette made in Italy su 570mila capi di abbigliamento prodotti in Cina dalla Sasch e poi rivenduti in Messico per 8,5 milioni di dollari. E sempre per quanto riguarda la Sasch, l'azienda di Diddi e Riccio avrebbe simulato un ritardo nella consegna di merce per 800.000 euro, al fine di consentire all'azienda di Capalle, poi fallita, di avere liquidità dalle banche.

Sarebbe stata fatta, infine, un'intestazione a nome di una ditta individuale cinese, risultata estranea ai fatti, dei contratti di lavoro relativi ad otto lavoratori dipendenti, omettendo successivamente il versamento di contributi e ritenute, nonché procurando a cinque emigranti cinesi false buste paga e contratti per ottenere indebitamente rinnovi di permessi di soggiorno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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