Il Tirreno

Prato

Guerra dichiarata ai tessuti nocivi

di Maria Lardara
Guerra dichiarata ai tessuti nocivi

Uip prepara un dossier con i risultati delle indagini dei laboratori Buzzi e Brachi da portare a Bruxelles

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PRATO. Il dito nella piaga l’aveva messo qualche mese fa anche Greenpeace: Zara, Benetton, H&M fra i marchi d’abbigliamento finiti sotto accusa da parte dell'associazione ambientalista. Stavolta invece non si fanno i nomi ma il verdetto non cambia: gli indumenti che riponiamo nel nostro guardaroba possono essere nocivi. E’ lo stesso responso cui sono approdati i laboratori “Buzzi” e “Brachi”, su commissione dell’Unione industriali: a raggi X un campione di capi d’abbigliamento, per l’esattezza 44 indumenti (18 per bambino, 26 per adulto) acquistati in punti vendita della grande distribuzione (Prato e zone limitrofe), accomunati dall’etichetta “made in China”.

Le “fashion victim” più incallite stiano attente al cartellino “made in China” (ma potrebbe anche essere “made in India” o “made in Bangladesh”): quelli finiti sotto la lente d’ingrandimento di "Brachi" e "Buzzi" provengono da scaffali di brand di fascia media o medio-alta, acquistati un anno fa per poterli analizzare. Un primo sos scatta per la presenza di alcuni tensioattivi (nonilfenoli etossilati), il cui utilizzo nella filiera tessile è vietato dal 2002 nel mercato comunitario ma non in Cina: ben 21 capi su 23 passati al microscopio presentano residui di questi tensioattivi (detergenti per filati) altamente inquinanti per le acque dei fiumi e dei mari, oltreché nocivi per l’uomo viste le possibili alterazioni del sistema ormonale.

Addirittura fuori legge si considera un capo dei 44 esaminati perché il quantitativo di tensioattivi “vietati”, pari a 1.500 mg/kg sfora il limite permesso dalla legislazione comunitaria (secondo il “Reach” è di 1.000 mg/kg). «Ben si capisce l’effetto della concorrenza sleale: le nostre aziende devono usare detergenti più costosi, in Cina utilizzano detergenti a basso costo perché non hanno divieti», osserva il presidente dell'Uip Andrea Cavicchi. In compenso, hanno altri vincoli sulla merce in ingresso nel loro paese. E questo è il paradosso, secondo Cavicchi: il 30% dei capi oggetto di analisi da parte di “Buzzi” e “Brachi” (13 articoli su 44) non riuscirebbe a superare la barriera doganale del gigante asiatico perché non conforme sul piano della sicurezza chimica. I parametri che farebbero storcere il naso ai controllori cinesi sarebbero il livello di ph dell’estratto acquoso, i valori di solidità dell’acqua e del sudore.

Etichetta ingannevole anche per quanto riguarda la composizione dei tessuti: sulla carta viene data la presenza di componenti come cachemire e angora di cui però i laboratori pratesi non hanno riscontrato nessuna percentuale. «In Cina, dove viene controllato il 90% dei tessuti che entrano, le norme sono molto stringenti – fanno notare Primo Brachi e Giuseppe Bartolini, rispettivamente titolare del laboratorio “Brachi” e responsabile del laboratorio “Buzzi” - in Europa le verifiche sono inesistenti». L’Uip non è intenzionata a tenere la ricerca in un cassetto. «L’obiettivo è portare questa ricerca a Bruxelles attraverso Confindustria e Acte per chiedere reciprocità di condizioni sui mercati. Il rigore cinese - conclude Cavicchi - non può valere solo sul loro mercato interno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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