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Baciacavallo, il Comune ordina una nuova indagine epidemiologica

Baciacavallo, il Comune ordina una nuova indagine epidemiologica

Cenni: «Vogliamo rassicurare i cittadini ma di emergenze non ne esistono perchè le rilevazioni Arpat sulle diossine sono mediamente inferiori di cento volte al limite consentito»

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PRATO. L’inceneritore di Baciavallo è rischioso o no per la salute di chi ci lavora e dei cittadini? Una riposta alla quale hanno tentato di rispondere ieri il Comune (sindaco Roberto Cenni e vicesindaco con delega all’Ambiente Goffredo Borchi), Arpat con il direttore Luciano Giovannelli e Asl nella persone del direttore sanitario Francesco Bellomo e Luigi Ricci, direttore del dipartimento di Igiene pubblica.

A ordinare - in qualità di massima autorità sanitaria - una nuova indagine epidemiologica, strutturata sull’intero territorio comunale, dopo un vertice tra gli enti tenuto lunedì, è stato il sindaco Cenni: «Perchè la confusione è troppa - ha detto - e basta che esca fuori un pollo qualunque per creare in modo del tutto ingiustificato un forte allarme sociale». Un percorso che partirà da una tornata di nuovi controlli sulla sessantina di dipendenti Gida.

Il punto è, secondo Cenni, che, sulla base delle rilevazioni Arpat sui microinquinanti (diossine e idrocarburi policiclici aromatici) nei fumi in uscita da Banciavallo nell’arco di cinque anni, «i livelli di queste sostanze non solo sono rimasti costantemente dentro i limiti di legge - ha detto Cenni - ma mediamente sono risultati di cento volte inferiori al consentito». Quindi di emergenza non si può parlare.

La base dalla quale partire per il Comune è questa « ma con la volontà - continua Cenni - viste le segnalazioni arrivate dai comitati in questi giorni, di approfondire ulteriormente il baglio di conoscenze».

L’allarme lanciato dai Comitati cittadini della Piana e dalla Vas onlus (Verdi, ambiente e società) con la richiesta di chiusura immediata dell’impianto, ha preso le mosse dal risultato sui livelli di diossina contenuti in tre campioni (due polli e un’anatra) che in tutti e tre i casi superavano i livelli di guardia metre un pollo addirittura conteneva livelli superiori di 10 volte al massimo consentito (36 picogrammi invece di tre per grammo di grasso).

Il Comune ha chiesto la documentazione relativa alla analisi sul pollame ai comitati: «Perchè abbiamo necessità di capire la metodologia ma per il momento - continua il sindaco - la risposta è stata negativa». In un contatto telefonico con Cenni i comitati hanno rilanciato chiedendo l’avvio di un tavolo comune, per questo ventiquattro ore fa il sindaco ha ufficializztao la richiesta inviando una lettera. «Sarebbe sconsiderato - è il giudizio - un rifiuto a collaborare».

Qual’è l’obiettivo? Avere ogni possibile informazione sulla situazione attuale dentro e fuori l’inceneritore del Calice per far ripartire indagini che languono da anni. Due quelle avviate dall’Ispo (Istituto per lo studio della prevenzione tumori) del Servizio sanitario toscano, «i cui risultati però a causa del campione troppo piccolo - ha detto Bellomo - non sono stati apprezzabili». La prima è del 1994 ed è stata svolta solo sui 55 dipendenti Gida. «Vennero rilevati cinque casi di mortalità per tumore ma senza che vi fosse alcuna evidenza - ha spiegato Ricci - che la causa potesse essere attribuita ai fumi dell’inceneritore. Da allora e fino a oggi - ha continuato - nessuno si è più ammalato di tumore».

Uno studio successivo - dal 1998 al 2000 - ha preso in considerazione la popolazione insediata in un’area distante fino a tre chilometri da Baciacavallo. «Le indagini riscontrarono il rischio di una possibile maggiore frequenza di tumori - ha proseguito Ricci - ma senza che si potesse individuare una linea discriminante perchè l’indagine venne fatta inviando ai cittadini un questionario al quale risposero solo il 30%». Troppo pochi, anche in questo caso, e con troppe variabili ambientali: oltre l’inceneritore, strade trafficate, piloni dell’alta tensione. «Si convenne però - ha concluso Ricci - che valeva la pena approfondire». All’epoca non si face. Ora è un’altra storia.

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