Il Tirreno

Prato

Prato, dai che ce la puoi fare Parola del Signore degli anelli

di Barbara Burzi
Prato, dai che ce la puoi fare Parola del Signore degli anelli

«Quando dissi che avrei lasciato la città lo feci soltanto per lanciare una provocazione» «Il rilancio deve passare attraverso un progetto di rilancio che punti sul turismo»

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PRATO. Come spesso accade quando si è vittime di una delusione d’amore, la prima reazione , quella istintiva, è di voler andarsene via lontano. Poi l’affetto prende il sopravvento sulla rabbia. Tra Jury Chechi è la sua amata Prato è successa un po’ la stessa cosa: diceva di volerla lasciare prendendo in considerazione l’ipotesi di trasferirsi altrove, magari nelle Marche, nell’agriturismo che inaugurerà a giugno, invece a distanza di quattro anni da queste sue dichiarazioni è ancora qui.

«La mia è stata una provocazione per smuovere una situazione di stallo che si era venuta a creare - dichiara - Non ho mai avuto intenzione di andare via da Prato per sempre, semmai quella di lasciare il centro, ma la verità è che voglio troppo bene a questa città».

Nel frattempo, con l’assegnazione della poltrona di primo cittadino a Roberto Cenni, sono cambiati gli amministratori: per la prima volta dopo 63 anni è stato eletto sindaco il candidato sostenuto da una coalizione di centrodestra, che ha fatto proprio della riqualificazione del centro storico e della sicurezza, i suoi cavalli di battaglia. Ai tempi fece scalpore la notizia che l’ex ginnasta, campione olimpico con addirittura un passato da militante nelle fila del centrosinistra (in passato è stato candidato nella lista di Walter Veltroni e consigliere comunale con i Ds), aveva appoggiato la candidatura di Cenni, di cui è consigliere per lo sport.

«Me ne hanno dette di tutti i colori, tipo che mi ero schierato con i fascisti - racconta - ma io credo che, specie a livello locale, debbano contare soprattutto le persone e i programmi. A livello nazionale continuo a votare Pd, ma a Prato le idee di Cenni mi hanno convinto di più». Se la minaccia di abbandonare il centro è rientrata, non significa che le cose dal suo punto di vista siano cambiate del tutto. Dietro quello sfogo di malessere arrivato persino alle orecchie dell’allora Questore, c’era senz’altro l’obiettivo di attirare l’attenzione delle istituzioni: «Il tentativo di migliorare la situazione è stato fatto, ma le normative in vigore non consentono di fare di più».

Il riferimento alla non sempre facile convivenza tra italiani e stranieri che abitano nel cuore della città è d’obbligo. «Gli stranieri che fanno il possibile per integrarsi non mi infastidiscono, anzi, li ritengo una risorsa - spiega - ma quelli che si comportano mancando di rispetto proprio nei confronti della città in cui vivono, usandola e basta come se non la sentissero propria, non li tollero ».

Si spiega meglio: «Le faccio un esempio: qualche giorno fa mentre stavo tornando verso casa in bicicletta feci caso a un gruppetto di stranieri, di cui non saprei indicare la nazionalità, che stavano seduti in piazza Duomo a mangiare noccioline gettando i gusci per terra. Ne avevano accumulati una montagna. Ma appena mi sono permesso di farglielo notare, non vi dico la loro reazione. Ovviamente, ho lasciato perdere e me ne sono andato».

Il mancato rispetto delle regole, però, anche delle più banali, è solo una parte di un problema più ampio e di natura economica «che riguarda tutti - sottolinea - di cui degrado e insicurezza sono una diretta conseguenza».

Quando scelse di intraprendere la carriera sportiva Jury («già all’età di 9 anni nel tema in classe scrissi volevo vincere le Olimpiadi»), soprannominato “Il Signore degli anelli” dopo l’oro olimpico di Atalanta, non poteva immaginare che il suo nome sarebbe diventato sinonimo di determinazione, cui ha dovuto attingere con tutte le sue forze, specie nelle difficoltà, per raggiungere l’obiettivo prefissato.

«Nella mia carriera i momenti difficili non sono certo mancati (si riferisce al grave infortunio che lo costrinse a rinunciare alle Olimpiadi di Barcellona ndr) però mi sono rialzato non dandomi mai per vinto». Il paragone con una città messa in ginocchio da una crisi economica, che sembra non lasciare scampo a nessuno e che ha colpito in modo particolare il manifatturiero, nasce spontaneo. «Prato non deve morire, ma avere il coraggio di affrontare le proprie difficoltà - afferma - C’è bisogno davvero di uno scatto in avanti, di un progetto di rilancio che guardi finalmente al potenziale turistico del territorio: è un operazione difficile, ma non vedo altra soluzione». In fondo, «a Prato non mancherebbe nulla per diventare una città-modello al pari di quelle europee - dichiara - semmai occorrerebbe recuperare un po’ di quella fierezza di essere pratesi che in parte è stata persa». E se lo dice lui, che per lavoro ha viaggiato molto annoverandosi tra gli ambasciatori nel mondo dell’eccellenza pratese, c’è da crederci. «Sono convinto - aggiunge - che dipenda dal fatto che la città negli ultimi anni ha fatto fatica a trovare una propria identità culturale, economica, politica e sociale, a causa di una trasformazione repentina che non ha saputo gestire».

In questa logica ben vengano eventi e iniziative che aiutano a riscoprire le tradizioni popolari. «Ripristinare il gioco della Palla Grossa è stata una bella idea alla quale detti subito parere positivo».

E a proposito di sport, Jury non nega che i pratesi meriterebbero qualcosa di più. «Una città moderna dovrebbe dare a tutti la possibilità di fare sport, cioè mettere a disposizione impianti a norma, puliti e attrezzati - dice - Purtroppo, però, so bene che il Comune deve fare i conti con budget ridotti e senza risorse è difficile programmare investimenti in questo senso. Riguardo allo stadio del Lungobisenzio, credo che sarebbe auspicabile una sinergia tra pubblico e privato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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