Trasporti
Donchisciotte, è l’ora del fallimento
Il giudice stacca la spina a tre società che gestivano altrettante pizzerie dopo i sequestri per 41 milioni dell’anno scorso
PRATO. Don Chisciotte ha perso la sua battaglia contro i mulini a vento. E se nella testa dell’eroe di Cervantes i mulini erano giganti da sconfiggere, per tre delle società che gestivano altrettante note pizzerie pratesi della catena Donchisciotte il nemico si è materializzato nelle sembianze di un giudice, che nei giorni scorsi ha dichiarato il fallimento delle società.
Si tratta del Donchisciotte di viale Galilei, del Donchisciotte I Cavalieri (accanto al campo di rugby di Iolo) e del fido scudiero, il Sancho Panza di via Valentini, che è stata una delle più apprezzate steak house della città. Quest’ultimo locale però ha cambiato gestione qualche mese fa e il fallimento riguarda solo la vecchia società. Il giudice delegato Legnaioli ha staccato la spina alla fine di febbraio e ha indicato l’11 luglio per l’udienza di verifica dello stato passivo, nominando curatore fallimentare per tutte e tre le società il commercialista Evaristo Ricci.
Il curatore è intenzionato a chiedere l’esercizio provvisorio per la pizzeria di viale Galilei, che è in piena attività e, se il giudice accoglierà la richiesta, il locale potrà rimanere aperto. L’unico criterio è il pareggio tra costi e incassi, e la motivazione è di mantenere i posti di lavoro e il valore della società.
Le dichiarazioni di fallimento delle tre società pratesi vanno ad aggiungersi a quella che ha riguardato la Holding Donchisciotte, fallimento decretato all’inizio di febbraio dal Tribunale di Firenze, che ha nominato curatore Enrico Fazzini. La holding fa riferimento a Paolo Posillico, indagato insieme ai fratelli Carlo e Giacomo Terracciano dalla Procura di Firenze, che ha ipotizzato che il capitale iniziale per l’apertura delle pizzerie sia stato fornito dai Terracciano, imprenditori in odor di camorra.
Proprio l’inchiesta fiorentina, affidata alla guardia di finanza, aveva portato nel marzo dell’anno scorso a sequestri di beni e quote societarie per un valore complessivo di 41 milioni di euro. Un fulmine a ciel sereno per i gestori delle pizzerie sparse tra Prato, Firenze e Pistoia, e per le migliaia di clienti che negli anni le avevano elette come un posto dove si poteva mangiare una buona pizza. «Ma la gente deve capire - disse il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi - che andando a mangiare una pizza in certi posti si possono involontariamente alimentare gli affari della criminalità». Parole che non piacquero affatto ai gestori dei locali, che pochi giorni dopo i sequestri organizzarono una protesta in piazza Mercatale all’insegna dello slogan: «Dietro le nostre pizzerie non c’è la camorra».
Paolo Nencioni
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