Il dolore
Terminata l’emergenza profughi: ne restano solo due
PRATO. Lunedì 25 febbraio è stata ufficialmente chiusa l'emergenza profughi: delle 53 persone presenti sul territorio soltanto due sono rimaste in città, una perchè ricoverata in ospedale e l'altra...
PRATO. Lunedì 25 febbraio è stata ufficialmente chiusa l'emergenza profughi: delle 53 persone presenti sul territorio soltanto due sono rimaste in città, una perchè ricoverata in ospedale e l'altra in attesa di iniziare un percorso di tirocinio di lavoro. Gli altri, tutti hanno ottenuto il permesso di soggiorno, hanno lasciato la Toscana, molti hanno scelto di raggiungere amici e parenti in Francia o in Germania. «Nonostante il vuoto legislativo e le difficoltà di cui ci siamo fatti carico – spiega Roberto Macrì presidente della Fondazione Opera Santa Rita – abbiamo gestito la situazione in modo soddisfacente, grazie alla collaborazione delle istituzioni, ma soprattutto degli operatori che spesso si sono fatti carico personalmente dell' emergenza». Per quasi due anni i profughi hanno vissuto nelle strutture messe a disposizione dal Santa Rita. «All' inizio - spiega Nicoletta Ulivi – è stata fronteggiata l' emergenza sanitaria e di sussistenza, poi con un lavoro certosino abbiamo ricostruito la storia di ciascuno per presentare una documentazione, il più puntuale possibile, alla commissione per il rilascio dei permessi di soggiorno». Ripercorrere le tappe di un cammino spesso doloroso non è stato facile per nessuno. «Il trauma vissuto, ma anche le condizioni di vita a cui erano abituati – spiega Ulivi – non hanno contribuito a rendere il percorso più semplice, in alcuni casi è stato anche un problema sapere luogo e data di nascita». Un legame stretto, quello che ha unito operatori e profughi. «Ridare a ciascuno una storia e un' identità – ricorda Ulivi – è stato un percorso di condivisione, sia delle sofferenza, sia, al momento in cui è arrivato il parere favorevole della commissione, di gioia. Il documento è il lasciapassare per iniziare una nuova esistenza».
Alessandra Agrati
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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