La manifestazione
Bocci: «Pd da riformare troppe guerre per bande»
La commercialista attacca alzo zero: «Classe dirigente locale e nazionale che non convince. Né Giacomelli né Lulli hanno deciso la mia discesa in campo»
PRATO. Le primarie delle donne. Perché lo scontro vero, inaspettatamente, si è giocato proprio in campo femminile. E i colpi bassi, in casa Pd, non sono mancati .
Tra le ultime in ordine di tempo a presentare la propria candidatura - maturata tra venerdì e sabato scorsi - è stata Silvia Bocci, 45 anni, commercialista nello studio Biancalani, delusa dalla prima corsa elettorale, anche questa in salita, nel 2008 per il Senato, una fede cieca nel Pd «uno strumento eccezionale di progresso e di sviluppo» dice, un po’ meno, anzi molto meno, per la classe dirigente che lo compone a partire dal gradino più basso, quello locale, pratese, fino ad arrivare a Roma, ai vertici, ai big. Perché? Perché per Silvia Bocci, una leggera propensione per Bersani («ma Renzi rappresenta il coraggio e la sregolatezza») e che ha ufficializzato ieri, in via Carraia, la proprio volontà a partecipare alla tenzone «per vincere e non piazzarmi», lo spirito del Pd è stato tradito fino all’annullamento dalle guerre per bande delle correnti interne. Ne ha per tutti Bocci: dai dirigenti nazionali: Franceschini, Veltroni, a quelli locali (non citati per nome) «ma che non sono stati in grado di sostenere una candidatura importante - attacca - come quella della segretaria Ilaria Bugetti» che, pur avendo raccolto 180 firme in poche ore, per la neocandidata è stata evidentemente lasciata sola tanto da dover riporre la volontà di corre in un cassetto.
In pista in quel momento restava solo Ilaria Santi, insegnante, consenso trasversale, da Sel al Pd, passando per una buona fetta della segreteria (Simone Mangani in testa) e allargata al vasto modo del terzo settore e dell’associazionismo di sinistra. E’ lì, in quella fase, che Bocci ha la folgorazione. «Ho preso da sola la decisione di candidarmi - afferma - perché mi restava il desiderio di esprimere ciò in cui credo da cinque anni, perché ho voglia di dare il mio contributo e spendere la mia faccia e quello che rappresento per il mondo del lavoro e quello dei diritti civili». Nella sala riunioni del Pd, ad ascoltarla, tra gli altri, Irene Gorelli, Gessica Tempestini, Luca Roti, Stefano Ciuoffo.
Bocci però la verità la vuole dire: «Si continua a sacrificare persone - e il riferimento è a Bugetti - perché il partito è affetto da familismo. E quanti ce ne possono mai essere, ancora, in grado di spendersi per il bene comune? Un partito - continua - che per tatticismo candida prima un avvocato e poi rischia di brucia un sindacalista per contrastare la candidatura del deputato uscente Andrea Lulli». Riferimenti chiarissimi. Che non sono finiti ancora, perché Bocci oltre che dire la verità vuole le mani libere. E uccide il padre. «Io non ci sto - scandisce - al gioco al massacro delle appartenenze. Non appena ho annunciato la volontà di candidarmi - dice - i media mi hanno collegata a Giacomelli. O in alternativa a Lulli, che conosco bene perché abbiamo, negli ultimi anni, lavorato assieme sui temi del lavoro. La mia discesa in campo non è stata voluta nè dall’uno nè dall’altro. E’ stata unicamente una mia decisione». Perché tanto meditata? «Perché presuntuosamente mi aspettavo che, dopo la disponibilità mostrata del 2008 e il mio contributo al partito in questi anni, qualcuno mi chiamasse». Dice che non è successo. E ci scherza anche su: «Io sono abituata a correre, da ragazza facevo le staffette, ma se sulle spalle mi mettete Giacomelli che è anche voluminoso, bè non arrivo da nessuna parte».
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