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Innamorato dell’arte e della cultura
Il gallerista parla del suo rapporto con la città «I pratesi devono riappropriarsi del centro»
PRATO. Da sempre il vero impannatore pratese ha guidato la Mercedes, naturalmente de’i Fineschi, stava di casa alla Pietà e poi nelle villette de i’ Sabbi alla Castellina, il sabato sera cenava ai Santa Cristina, la moglie si vestiva dalla Maranghi, d’estate sempre a Viareggio e d’inverno all’Abetone, ma non era “al top” se in casa non aveva un quadro preso all’asta de’ Farsetti. Magari d’arte ci capiva poco, ma sai quanto godeva quando mostrava agli amici il Rosai, il Saetti o il Marcucci, anche se l’aveva pagato di più, ma veniva dai Farsetti.
Ora tutto è cambiato, d’impannatori non ce n’è più, le Mercedes ce l’hanno i cinesi, a cena fuori meglio una pizza, eppoi tanti outlet per vestirsi, ma dei fratelli Frediano e Franco Farsetti non si può fare a meno, se vuoi comprare un quadro. Ma ascoltiamo da Franco, il più “giovane” (73 anni) seduto nell’ufficio del PalaFarsetti, accanto al museo pecci, la sua storia della “Farsettiarte” e con lui com’era e come vorrebbe Prato.
«Arrivai a Prato dopo che mio fratello Frediano aveva avviato l’attività di corniciaio nel 1954 nel centro storico, precisamente in via Cimatori; già all’epoca avevamo come clienti i maestri Ottone Rosai, Ardengo Soffici, Bruno Saetti e Giuseppe Viviani, insieme a tanti pratesi che ci accolsero con simpatia e curiosità. Ricordo che al tempo Prato era una piccola cittadina molto vivace che infondeva entusiasmo e voglia di lavorare, e dai pratesi capimmo subito l’importanza di espandere il nostro operato al di fuori dei confini cittadini. Nel 1955 aprimmo la prima galleria in via dei Tintori, fra il fotografo Calamai e l’impresa funebre Guarducci, meglio conosciuto come “Bistecca”. Nel 1957 inaugurammo la nuova sede di via dei Lanaioli, con annesso laboratorio di cornici e subito essa diventò un luogo frequentato sia da pittori che da nuovi e vecchi collezionisti pratesi, evolvendosi poi in una sorta di “cenacolo” dove si incontravano critici, pittori e poeti come ad esempio Mario De Micheli, Alberto Moravia, Giorgio Albertazzi, Giuseppe Cesetti e Renato Guttuso».
Fin qui la galleria, ma come nacque la casa d’aste, che vi ha reso famosi in tutta Italia? «Io e mio fratello ci muovemmo subito tra Milano, Roma e Torino, ove incontrammo nuovi galleristi e collezionisti, e da questi nuovi contatti sorse l’idea di organizzare nel 1962 la prima asta a Prato, nonché la seconda in Italia, dopo quella della Finarte di Milano.L’importanza dell’asta, nel cui catalogo era rappresentata tutta l’arte italiana, dal Futurismo a tutto il Novecento incluso l’Astrattismo, fu tale che la Rai, che allora aveva solo due canali, trasmise la notizia alle 20,30 per ben tre giorni di fila, titolando il servizio “Girandola di milioni a Prato”: la gente accorse numerosa, al punto che l’oratorio di Santa Caterina, luogo dove si svolse l’asta, fu preso letteralmente d’assalto e costrinse alcuni collezionisti, tra cui il dott. Ielmini di Varese, a comprare le opere dalle finestre. Fu un vero successo, tutti i lotti andarono venduti». E da allora, più di 50 anni, sono state ben 162 le battute d’asta, fra contemporanea e moderno, con quali ritorni per la nostra città? «Le nostre aste divennero un appuntamento fisso, richiamando a Prato clienti da ogni parte d’Italia a trascorrere i fine settimana: i collezionisti passavano dalla nostra galleria in centro per vedere le opere in esposizione, mentre le signore ne approfittavano per fare un giro tra i negozi storici come alla boutique della Maranghi che in tali giorni erano sempre pieni di gente».
Ma Prato vi cominciava stare stretta….. «Sulla scia di questo interesse, aprimmo le succursali di Cortina d’Ampezzo nel 1964, di Focette nel 1973 ,chiusa nel 1984, di Milano nel 1982 e, non ultima, nel 2010, la sede di Firenze su Lungarno Guicciardini con una grande mostra antologica dedicata a Giorgio Morandi. La nostra crescita però è avvenuta contemporaneamente a quella della città: nel centro coesistevano negozi storici come i magazzini Lavarini, i casalinghi Bini, l’ottica Lorenzoni e la Città di Milano, affiancati da nuove attività commerciali che proponevano le ultime novità di moda, visibili solo in realtà come Milano o Roma».
La città era talmente vivibile che era molto ambìto possedere un appartamento in centro. Gli anni d’oro del tessile, ma poi cosa è successo?
«“Fino a che l’industria fu il motore che muoveva la città, Prato fu all’avanguardia su molti fronti; purtroppo tra gli anni Ottanta e Novanta, chi ha amministrato la città e i pratesi stessi non sono stati così lungimiranti da cogliere i cambiamenti che stavano avvenendo, e da capire che il centro storico si stava impoverendo, con l’esilio delle attività commerciali verso la periferia, a causa della mancata creazione di quei servizi che avrebbero permesso ai cittadini di vivere appieno il centro. La creazione di grandi supermercati e centri commerciali nell’arco di pochissimi chilometri ha tagliato le gambe a quelle piccole attività che erano l’anima del centro storico».
Hai da fare “rimproveri” ai politici e agli amministratori locali ? «La rigidità nel non permettere ai pratesi, che nel frattempo erano diventati grossi industriali con l’esigenza di avere case di lusso, di ampliare gli appartamenti del centro con locali più grandi, ha fatto sì che ci fosse un conseguente spostamento verso altre zone della città. A seguito di tutto ciò, il centro urbano ad oggi è abitato per la stragrande maggioranza da non pratesi, causando così l’abbandono ulteriore di altre attività commerciali. Anche noi, nei primi anni Ottanta, impossibilitati dal non poter ingrandire la galleria, dopo la presentazione di ben sette progetti, tutti bocciati, ed in seguito all’incontro con il cavalier Pecci, decidemmo di trasferirci nell’attuale sede di viale della Repubblica».
Il bilancio per la FarsettiArte? «In quasi sessant’anni di lavoro, credo che la nostra galleria sia la più antica d’Italia, io e mio fratello Frediano abbiamo curato centinaia di mostre, sia monografiche che collettive, di grandi maestri nazionali ed internazionali come de Chirico, Balla, de Pisis, Modigliani, Casorati, Campigli, Burri, Fontana, Castellani, A. Pomodoro, Rotella, Picasso, Chagall, Miró, fino ad arrivare a Warhol ed Indiana. Oggi la Farsettiarte vanta, anche grazie all’inserimento dei nostri figli Stefano, Leonardo, Sonia e Cecilia, uno staff affiatato con personale specializzato in ogni settore operativo, e più di ottantamila opere vendute. Anche tramite l’operato delle nuove generazioni il nostro mercato si è consolidato all’estero». Da uomo pratico e che dice sempre quello che pensa, ma innamorato della sua città, Franco Farsetti guarda al futuro? « La Prato che desidererei è un sogno e, spero di sbagliarmi, un’utopia: credo che in primis i pratesi debbano ritrovare la volontà di riappropriarsi della propria città, riqualificandola e rendendola una città del terzo millennio. Si potrebbe iniziare con l’ampliamento della zona pedonale diurna e notturna, il potenziamento delle infrastrutture esistenti, magari con parcheggi interrati, la riconversione di locali maleodoranti in ristoranti tipici, enoteche accattivanti o negozi di un certo livello con orari flessibili, in modo da poter vivere il centro in ogni momento della giornata, ma soprattutto si dovrebbero creare non incentivi ma significativi sgravi fiscali a favore di tutte quelle attività interessate a valorizzare il territorio pratese».
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