Lutto
Gli affari pratesi del boss di camorra arrestato in albergo
Francesco Vallefuoco è accusato di aver minacciato alcuni imprenditori e di aver fatto fallire una società
PRATO. Alloggiava in un albergo del centro il presunto capo di un clan di camorra che meditava di allargare i suoi affari basati su usura ed estorsione a Prato, e in parte lo aveva già fatto. Si tratta di Francesco Vallefuoco, 45 anni, originario di Brusciano (Napoli) e ufficialmente residente a Rimini. Che cosa ci faceva dunque in quella stanza di albergo, dove ieri mattina all’alba sono andati a svegliarlo i carabinieri del Ros per notificargli un’ordinanza di custodia del gip di Bologna su richiesta della Direzione distrettuale antimafia? Ufficialmente era di passaggio, ma dalle 392 pagine di ordinanza di custodia notificate ad altre 17 persone per associazione a delinquere di stampo mafioso si capisce che non è proprio così.
La ricostruzione degli affari dell’organizzazione, secondo gli inquirenti legata anche al clan dei Casalesi, parte dalle infiltrazioni in Emilia ma è fitta anche di riferimenti a Prato.
Più volte è citato il commerciante di maglieria Antonio Verdi, titolare di un’attività a Sesto Fiorentino, fin dal 2007 vittima di usura da parte dei campani (che tentano di portargli via la casa e l’attività). Lo stesso Verdi, secondo i magistrati, viene costretto a intercedere come garante a favore di Pasquale Reale per l’acquisto del negozio Interfoto di via Strozzi, nel 2009.
Lo stesso presunto boss Francesco Vallefuoco, insieme a Roberto Zavoli, Luigi Pannone, Gennaro Esposito e Giovanni Abete, è accusato di aver fatto fallire la società Himo srl di Calenzano procurando un passivo di 686.000 euro dopo aver nominato una “testa di legno”.
Nelle grinfie degli amici di Vallefuoco è finito anche un imprenditore di Vaiano, 52 anni, costretto a consegnare 13.300 euro a saldo di un debito contratto con un imprenditore di Sassuolo. La merce non era stata fatturata, ma l’imprenditore emiliano avrebbe usato i camorristi come un’agenzia di recupero crediti. Un altro imprenditore pratese sarebbe stato costretto con le minacce dai napoletani a ritirare un’istanza di fallimento nei confronti del medesimo imprenditore di Sassuolo, verso il quale aveva un credito non riscosso.
«No, guarda, non ti do nessun codice Iban - dice Vallefuoco in un’intercettazione - Ci sono già i miei ragazzi a Prato, te la vedi con loro». I “ragazzi” del camorrista sono in città e devono sistemare gli affari. «Anto’, io ti spacco la testa - minaccia il boss in un’altra intercettazione parlando con Antonio Verdi - Vengo lì e ti spacco la testa».
Ieri mattina sono finiti in manette anche la moglie di Vallefuoco, Giustina Panico, e un’altra donna legata a lui sentimentalmente, Lucia Esposito, e componenti della famiglia, oltre al casalese Sigismondo Di Puorto. I proventi di estorsioni e usura di cui sono state vittime imprenditori (una cinquantina gli episodi contestati dal 2008 al 2011) venivano reinvestiti in attività immobiliari e commerciali in Emilia-Romagna e nella Repubblica di San Marino, anche grazie al legame con professionisti del luogo, come notai, avvocati, commercialisti che garantivano una copertura sicura per operazioni di riciclaggio e reimpiego dei profitti. In tutto, sono un centinaio gli indagati dal Ros. È stata accertata anche la disponibilità di armi da fuoco.
Paolo Nencioni
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