Gioco
Abusi sessuali sulla bambina di sei anni
Condannato a nove anni il patrigno. La piccola si confidò col padre naturale: «Mi obbliga a fargli i “massaggini”»
PRATO. «Ora ti faccio quello che faccio a lui...». Partendo da una frase all’apparenza banale, pronunciata dalla figlia di 6 anni mentre le metteva il cappotto prima di uscire di casa, il padre si è trovato davanti a un baratro: gli abusi sessuali che la bambina aveva dovuto subire dal nuovo compagno della madre (i genitori sono separati).
Erano i primi giorni di febbraio del 2008 e dalla denuncia sporta dal padre, poco meno che quarantenne, nei confronti del convivente della moglie, è scaturito il processo che si è concluso venerdì sera con la condanna dell’uomo a 9 anni di reclusione per violenza sessuale aggravata.
I genitori si erano già separati da sei anni, quando nel febbraio 2008 il padre ascoltò quello strano discorso da sua figlia. La bambina non gli parve affatto turbata, per lei probabilmente era poco più di un gioco, ma lui non poteva chiudere gli occhi e allora decise di incoraggiarla a parlare. La piccola gli raccontò che il nuovo compagno della madre rimaneva spesso da solo con lei e che in quelle occasioni la faceva “giocare” col suo pene, faceva quello che lei definì una sorta di «tiro alla fune». Non solo. La toccava nelle parti intime, le chiedeva di raggiungerlo nel suo letto e se lei si rifiutava lui la obbligava a seguirlo.
Per prima cosa il padre informò la sua ex moglie e insieme si consultarono con un magistrato di Firenze. Sulla scorta dei suoi consigli, portarono la bambina ai giardini, poi a mangiare un gelato e infine, a casa, tenendo acceso il registratore del telefono cellulare, si fecero raccontare di nuovo quello che le succedeva quando restava da sola col patrigno.
Quelle parole sono poi finite in una denuncia presentata dal vero padre alla Procura e si sono trasformate in un atto d’accusa che ha finito per inchiodare il nuovo compagno della madre, originario di Pisa e da qualche anno residente a Roma.
Per arrivare alla sentenza di colpevolezza, però, è stato necessario trasformare le parole di una bambina in prove da esibire davanti a un giudice. Per questo già il 14 febbraio del 2008 la psicologa Alessandra Gambineri fu incaricata dalla Procura di fare un colloquio con la bambina per capire quanto potesse essere credibile. Durante questo primo colloquio la bambina si limitò a dire che il patrigno era «un uomo bravo», ma in un secondo colloquio, avvenuto a casa del padre naturale per metterla a suo agio, la piccola si decise a raccontare quello che aveva già accennato al padre. Alla psicologa parlò dei «massaggini» che faceva al patrigno. «Se non voglio io, smette...» disse anche col candore di una bambina di sei anni.
Una bambina che probabilmente in quel preciso momento si stava rendendo conto, a causa dell’attenzione dei “grandi”, che quei massaggini non erano la cosa naturale che il patrigno voleva farle credere. Sulla base di questi elementi il patrigno fu arrestato e ha scontato sei mesi di carcere prima di essere messo ai domiciliari.
La madre dice di non essersi accorta di niente e si è costituita parte civile al processo, ma i giudici hanno riconosciuto un risarcimento provvisionale di 50.000 euro solo al padre, assistito da Marco Passagnoli, mentre l’imputato era difeso da Manuele Ciappi e Benedetta Bertolaccini. Il patrigno si è sempre proclamato innocente, fino all’ultimo, pochi minuti prima di essere condannato a nove anni di reclusione.
Paolo Nencioni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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