Gioco
La sua missione: aprire gli spazi culturali alla città
Al Metastasio è di casa: direttore artistico dal 2002 al 2005, direttore operativo dal 2010 «Non dobbiamo lavorare per noi stessi, chiusi nelle stanze, ma portare la cultura tra la gente»
PRATO. Se vi capita di incontrarlo in libreria, sappiate che quello potrebbe essere uno di quei luoghi dove partorisce le migliori idee per la regia. Guizzo di creatività dell’artista che si accende tra scaffali che profumano di sapere. «E pensare che fino a metà degli anni Novanta a Prato si faceva fatica a trovare un libro. Oggi, fortunatamente, non è più così e l’offerta delle librerie cittadine è davvero straordinaria. Ricordo quando la Soprattutto Libri decise di tenere aperto fino alle 23. Esempio di come i luoghi della cultura debbano aprirsi al pubblico». Nell’azionare la macchina dei ricordi Massimo Luconi, pratese nato a Coiano nel 1953, è come se utilizzasse la sua macchina da presa, per fotografare con l’occhio del regista i cambiamenti di questa città nell’ultimo trentennio. Non potrebbe essere altrimenti per uno che ha firmato la regia di oltre un centinaio di opere, allevato dal 1975 in poi alla scuola di Ronconi con cui lavorò ai tempi del laboratorio di progettazione a Prato. Altra epoca, quella di una fase di risveglio culturale per la città-fabbrica che negli anni Settanta scopriva i primi investimenti in cultura, complice un Metastasio avviato a una stagione di grandezza sotto la guida di Montalvo Casini. «Allora il benessere economico era complementare alla voglia di fare cultura. Prato era una città speciale, provinciale per alcuni aspetti, aperta per tanti altri. Non è un caso che un nome come Braudel decise di dedicare i suoi studi alla storia di Prato».
Le affinità elettive con la realtà pratese da parte del direttore del Metastasio, dove è ormai di casa avendolo diretto prima come direttore artistico (2002-2005) e poi, attualmente, come direttore organizzativo (dal 2010), si scrivono nel nome di Malaparte. Si snodano e si riannodano tra i sentieri della Calvana («il mio trisnonno aveva costruito una casa vicino alla grotta di Fonte Buia») e, scendendo in pianura, tra i palazzi di Coiano («Sono nato accanto alla casa dove visse Malaparte»). E allo scrittore pratese più famoso Luconi dedicò uno dei suoi lavori nel lontano 1987 (quello al quale è più affezionato), ambientandolo nella casa di Malaparte a Capri con l’attore Maurizio Donadoni e le musiche dei Litfiba. «Rimanemmo lì a lavorare per un oltre un mese, con il pubblico che veniva ospitato in casa», rammenta Luconi. Malaparte, lo stesso che con ironia dipinse i pratesi nei “Maledetti Toscani”, in fondo aveva un po’ ragione. «Insieme ai livornesi siamo forse tra i toscani con le caratteristiche più interessanti. Siamo poco formali, molto avventurosi, ci piace il senso della sfida». Fu quest’ultimo a portare ai primi anni Ottanta un Luconi trentenne a fare le valigie per Roma. Il suo destino di regista, teatrale (prosa e opera), per il cinema e la tv, era già segnato (fra le collaborazioni più illustri, Ronconi, Zeffirelli e Bolognini) e nella capitale, tappa obbligata per la carriera, Luconi rimase fino alla fine degli anni Novanta. «La prima volta che mi cimentai nella regia un’opera fu a scuola, in prima superiore al Copernico. Avevo 14 anni e portai in scena un lavoro di Brecht. Tutte le volte che rientravo da Roma a Prato, rivedevo la mia città con l’occhio di chi sta fuori dal palcoscenico. La vedevo aprirsi all’arte contemporanea, poco avvezza a investire sui giovani». Gli spazi per la creatività dei giovani, cavallo di battaglia dell’azione di Luconi come assessore comunale alla cultura dal 1995 al 1999 (prima giunta Mattei). Il suo sogno di una cittadella per le nuove generazioni, nei locali oggi di Officina Giovani, si coronò nel 1999. «Quello fu un lavoro concertato con la giunta di allora, grazie al recupero degli ex Macelli». Per il regista prestato alla politica, chiamato dal sindaco Mattei che gli mise fra le mani la delega alla cultura, quella esperienza fu fonte di gioie e dolori. Le cronache dell’epoca parlano di Luconi come di un assessore inviso agli uomini della Quercia (ex Ds). Come non ricordare il suo impegno per far scoprire ai pratesi location insolite, capaci di aggregare gente, sulle tracce di quella che si chiamava “La città segreta”: concerti e letture in luoghi di culto oppure in spazi come San Niccolò, il Convitto Cicognini. Sbocciò persino l’intuizione di tenere aperti i musei fino a mezzanotte. E andò bene. «Ricordo la fila di persone al museo Civico di sabato sera, fino a mezzanotte. Dovrebbe essere questo il senso di spazi culturali che si aprono alla città se la città non si apre a loro. Questa è la mia missione come direttore del Metastasio condivisa dal resto della dirigenza (Paolo Magelli, direttore artistico e Umberto Cecchi, presidente, ndr) dai quali ricevo continui stimoli. Con questo spirito, ad esempio, di recente abbiamo deciso di decentrare la produzione della compagnia stabile nei circoli, portando gli spettacoli a prezzi popolari. Non dobbiamo lavorare per noi stessi, chiusi nel palcoscenico o nelle stanze, ma per la città. Il pubblico pratese oggi è più consapevole, attratto non solo dalle alzate di sipario ma dal lavoro dietro le quinte. Per questo apriamo alle prove generali, diamo spazio agli incontri con il pubblico curando così l’aspetto della formazione». Quella raccontata da Luconi è una città vista con gli occhi del regista, anche senza maneggiare una macchina da presa. «Anche se oggi vivo nel Chianti, per Prato provo un grande afflato. Come succede a tutti gli amanti, qualche volta si rimane delusi. Un suo difetto? La difficoltà a creare osmosi fra le diverse espressioni culturali, dall’arte al teatro, passando per il cinema. Ci portiamo dietro la nostra bella dose di individualismo».
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