Italia
Posto a rischio per i 106 della Varvarito
L’impresa di lavorazione inerti ha avviato la procedura di mobilità dopo lo sfratto e il “no” a usare un terreno di proprietà
PRATO. Posto a rischio per i centosei dipendenti della Varvarito Lavori srl, l’azienda per la frantumazione di inerti con sede operativa a Prato in via Tourcoing al Macrolotto due e sede legale a Firenze in via Aretina. La società che fino dagli anni Novanta garantisce la materia prima per gli interventi sulle strade dell’area industriale, nonostante «sia economicamente solida e solvibile» come spiega l’avvocato della srl Giancarlo Parrella, ha avviato la procedura di mobilità per tutti i dipendenti: 84 fiorentini, 14 pratesi e 8 aretini. Un controsenso, apparentemente. Il fatto è che la Varvarito, di proprietà di Angelo, il capostipite, che gestisce l’azienda assieme ai figli Monia e Franco, ha ricevuto lo sfratto dal terreno, collocato proprio sulla sinistra del ponte sull’autostrada, sul quale ha installato macchinari e attrezzature per la lavorazione degli inerti. Ma non può utilizzare, per la sua attività, un altro appezzamento di terreno, di proprietà della società, acquistato tempo addietro in zona San Giorgio a Colonica, perchè le previsioni urbanistiche non lo consentono: quel lembo di terra è a esclusivo uso agricolo. Impossibile, quindi, installarvi un’impresa che a livello ambientale ha un impatto notevole. Questo, almeno, è quanto è stato comunicato, fino a oggi, alla Varvarito. Situazione di cui si è parlato ieri in una riunione informale tra Comune, presente l’assessore alla Attività produttive Roberto Caverni, Provincia, rappresentata dall’assessore all’Ambiente Stefano Arrighini e i sindacati: Stefano Bellandi, segretario Cisl, Emilio Testa della Fillea Cgil e Francesco Romano della Uil.
«La situazione è complessa - spiega Testa - per questo ci incontreremo nuovamente la settimana prossima a Firenze anche con la Regione». Di margini di manovra possibili però parla l’avvocato della Varvarito: «La procedura di mobilità è avviata ma non ancora efficace - spiega - il nostro obiettivo è quello di cercare una completa risoluzione dei problemi». Che sul fronte dell’azienda riguardano, in particolare, l’ampiezza del terreno sul quale ricollocare l’attività. L’appezzamento di San Giorgio garantirebbe spazio sufficiente per effettuare lavorazione in grado di soddisfare le commesse «numerose e su tutto il territorio nazionale», dice ancora Perrella, che la società ha acquisito. In altre situazioni, la garanzia verrebbe meno.
E’ stato il Comune a offrire alla società due possibili alternative: un terreno al Calice, nell’area sulla quale avrebbe dovuto nascere l’inceneritore poi eliminato dal piano rifiuti provinciale, e l’altro nell’area di Baciacavallo, nei pressi dell’impianto Gida. «Si tratta - spiega Caverni - di un terreno di proprietà comunale e di un altro in mano invece ai privati. Di più il Comune, che ha già dato l’ok all’attività di frantumazione di inerti nel proprio territorio, al contrario di quanto ha deciso Firenze, non può fare».
E’ questa la proposta sulla quale le parti potrebbero trovare uno spiraglio di mediazione per individuare una via d’uscita. E che verrà cercata i primi della prossima settimana in due incontri successivi: il primo all’Unione industriali di Firenze, il secondo, con tutte le parti, convocato in Regione.
Cristina Orsini
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