Il dolore
Scomparsi 25mila lavoratori cinesi
Dalla ricerca “Mi chiamo Chen e lavoro a Prato” emerge un’elevata mobilità ma anche il desiderio di posto fisso
PRATO. Si scrive lavoro a tempo indeterminato e si legge garanzia di lavoro stabile. Magari fosse così per gli italiani: per i cinesi di Prato, invece, lavorare con un contratto così è quasi la normalità. Così come rimbalzare da un’impresa all’altra dopo aver rassegnato le dimissioni. Alcuni cambiano città, altri fanno il grande salto mettendosi in proprio, altri ancora finiscono in clandestinità. Ma che i cinesi non stiano facendo le valigie da Prato, lo dimostra il massiccio incremento della forza lavoro asiatica dal 2008 al 2011 con 13.384 avviamenti di lavoratori con gli occhi a mandorla nel 2011, praticamente raddoppiati rispetto al 2008 (6.226). Rapporti di lavoro che denotano un massiccio ricorso al part-time e all’indeterminato.
L’identikit del lavoratore cinese è finito sotto la lente d’ingrandimento di Ires Toscana che ha incrociato le banche dati Idol della Provincia, risalendo al profilo del lavoratore nell'arco fra il 2008 e il 2011; “Mi chiamo Chen e lavoro a Prato” è il titolo di questa ricerca unica nel suo genere. «La politica deve porsi delle domande: il picco di avviamenti si è verificato proprio negli anni in cui si sono susseguiti blitz, ispezioni e sgomberi nei capannoni. A questo punto – fa notare la vicepresidente Ambra Giorgi - sarebbe interessante incrociare i nostri dati con quelli di altre realtà per capire dove i lavoratori cinesi sono andati a finire. Purtroppo le banche dati non vengono messe a disposizione con facilità. Non è stato possibile nemmeno avere un riscontro con i dati dell'Inps». E non desta sorpresa il fatto che il 70% degli avviamenti (per lo più da operai) riguardi il settore dell’abbigliamento.
25mila lavoratori “scomparsi”. 2002-2012: i lavoratori della terra del Dragone intercettati dall’anagrafe del lavoro sono 38.094. Attualmente risultano occupate 12.721 persone: i restanti 25.120 oggi non lavorano o magari non vivono più a Prato. I rapporti di lavoro come nascono muoiono facilmente: al 21 maggio 2012 solo l’8% degli avviati nel 2008 è ancora occupato.
Il 20% è stabile. Prato non è stata terra di passaggio per 5.370 dei 12.721 lavoratori attualmente sotto contratto che hanno iniziato tra il 2002 e il 2007. Il 44% degli occupati vanta un’anzianità professionale anteriore al 2008. Ma lo zoccolo duro degli stabili emerge da un altro dato: dei 5.370 avviati prima del 2008, quasi 2.600 hanno lavorato con continuità nel periodo 2008-2011 per la stessa azienda. Inoltre fra i 16.526 lavoratori avviati fra il 2008 e il 2011 e poi fuoriusciti dal mercato, il 22% è rimasto a Prato dove ha deciso di aprire un’attività.
Se l’indeterminato serve a restare. Le ipotesi sono due: la prima, accreditata dai ricercatori Boscherini e Bortolotti, è che il massiccio utilizzo del contratto a tempo indeterminato (nel 91% dei casi) sia finalizzato alla conquista del permesso di soggiorno e che, una volta ottenuto quest’ultimo, i lavoratori cinesi si spostino in un’altra realtà; la seconda, avanzata dal vicepresidente della Cna Wang Liping durante una tavola rotonda in Banci Buonamici (insieme a Francesca Fani dell’Uip e all’ex assessore Giancarlo Maffei), vede la prevalenza dei tempi indeterminati come indice di regolarizzazione delle imprese cinesi.
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