Il dolore
Le sarte pratesi non temono la concorrenza
Nicla e Antonella della bottega “L’Arte del rammendo”: «Al massimo perderemo qualche orlo»
PRATO. Altro che specie in via d’estinzione. Le sarte nostrane, degne della migliore tradizione del cucire, sono vive e vegete. E piacciono anche alle donne cinesi che devono far riparare un abito firmato, magari pagato a caro prezzo, oppure un costume di matrimonio. Al confronto dei prezzi praticati dalle concorrenti con gli occhi a mandorla, però, non c’è storia. «Per un orlo ai pantaloni prendiamo 8 euro ma poi è la qualità della lavorazione a fare la differenza», puntualizzano Nicla Ramalli e Antonella Gavazzi, titolari di “Arte del rammendo” in via Firenzuola. Questa bottega storica aperta nel 1934 è arrivata fino a oggi, tramandandosi di generazione in generazione: tracce di un glorioso passato custodite ancora nelle pareti, quando tante signore facoltose, mogli di ricchi industriali, venivano qui per farsi rammagliare le calze di nylon. Era l’epoca di quando un paio di collant costava un occhio della testa, di quando si chiedeva il ricamo per la biancheria ed era meglio riparare un abito anziché buttarlo via. Sembra di riavvolgere il nastro della storia nel varcare la soglia di questa bottega dove, dai bigliettini da visita alla carta intestata per le ricevute fiscali rimaste come una volta, si respira ancora l’atmosfera del passato. «Peccando di modestia, diciamo che di certo il lavoro non ce lo portano via le sarte cinesi – è il commento di Nicla e Antonella -. Al massimo perderemo qualche orlo ma anche dietro quello c’è una tecnica ben precisa: noi stiamo attenti a come si lavora, togliamo il filo a campanello. Ad esempio, c’è cerniera e cerniera. Nei magazzini del Macrolotto se ne trovano anche a 8 centesimi l’una, noi preferiamo spendere di più perché le prime si rompono più facilmente». Nicla e Antonella, le cui mani hanno confezionato anche i colorati abiti dei calcianti della Palla Grossa, provvedono a qualunque riparazione, come rimettere le pailettes alle scarpe oppure accomodare una borsa di paglia. «Di tanto in tanto fanno capolino anche delle clienti cinesi: in passato veniva una che vestiva Armani e preferiva affidarsi al nostro lavoro per aggiustare gli abiti. Oppure è capitato di vederle arrivare con abiti di festa rovinati dai fuochi d’artificio. Abbiamo visto anche noi spuntare in città le prime sartorie cinesi ma per ora non risentiamo della loro concorrenza. Tra qualche mese chissà…» (m.l.)
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