Il Tirreno

Prato

Dalle imprese il gettito maggiore

di Giovanna Mezzana

Il Comune di Prato conta di incassare quasi 30 milioni di euro dall’imposta relativa agli immobili produttivi

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PRATO. Negozi, laboratori, aziende: ecco da dove arriva la quota più consistente dell’Imu che entra nelle casse del Comune. Il 66 per cento – cioè quasi 30 milioni – del gettito che Palazzo civico ottiene dalla riscossione dell’imposta municipale unica (e che ammonta a 45 milioni) arriva dalle tasche di commercianti, artigiani e imprenditori, o da quelle di chi è proprietario dell’immobile nel quale svolgono l’attività d’impresa. La scelta “soft”. Prato ha deciso di fermare alla soglia minima del 7,6 per mille l’aliquota Imu su negozi, botteghe, laboratori, immobili commerciali e destinati alla produzione in genere: scelta che si conferma in controtendenza rispetto al resto della Toscana, dove l’aliquota sale spedita sino alle punte massime di Firenze (10,4 per mille) e di Viareggio (10,6 per mille). «Per il futuro si dovranno probabilmente fare considerazioni di altro genere – nota Adriano Ballerini, assessore comunale al bilancio – ma per il 2012 abbiamo deciso di non manovrare in aumento l’aliquota per non appesantire una situazione economica già difficile. È sufficiente passare per le strade della città per vedere numerosi fondi sfitti».

L’esborso. Secondo le stime (ancora prudenziali) di Sori spa, braccio operativo nella gestione delle entrate comunali, Palazzo civico conterà su un gettito Imu di circa 45 milioni di euro: 15 milioni arriveranno dall’imposizione sulla prima casa (aliquota al minimo: 4 per mille) e 30 milioni dalla tassazione che riguarda il resto degli immobili, in sostanza quelli d’impresa dato che il “segmento” delle seconde case (aliquota, anch’essa al 7,6 per mille) pesa per una quota residuale. In effetti i pratesi sborseranno di Imu molto più di 45 milioni: ne tireranno fuori 75, ma 30 milioni se li prende lo Stato. E da dove vengono i 30 milioni che si succhia via Roma? Dal mondo dell’impresa e da quello che intorno ad esso ruota: Roma lascia al Comune il gettito relativo alla prima casa ma preleva il tesoretto che corrisponde al 3,8 del 7,6 per mille. Ma di quale intensità è lo sforzo del “contribuente-impresa”? Molto ovviamente dipende dal valore della rendita catastale.

Negozi. Supponiamo di avere una bottega in centro: per un negozietto da 30 mq, in via del Serraglio, ad esempio, l’entità dell’Imu è ancora contenuta: 251 euro annui (circa 125 euro entro il 17 dicembre). Se però i mq aumentano, arriva l’aggravio: si sfiora la soglia dei 1.000 euro per un negozio medio (85 mq), si superano i 2mila euro per un negozio da meno di 200 mq.

Laboratori. Supera di non molto l’entità della rendita catastale il totale annuo dell’Imu per i laboratori artigianali: circa 300 euro per un laboratorio da 70 mq, più di 800 per uno da 190 mq, circa 3.700 euro nel caso in cui sia grande (840 mq).

Industria. Arriviamo alle zone industriali. Al Macrolotto di Iolo, per esempio. Un edificio per la produzione in via Basilicata, per esempio, costa annualmente di Imu quasi 2.800 euro; ma con magazzino, deposito e uffici in via del Ferro l’esborso arriva a circa 13.400 euro. C’è inoltre da tener conto che l’Imu per artigiani e imprenditori rappresenta solo una delle voci del lunghissimo vocabolario della tassazione.

Il circolo vizioso. Da quando il governo Monti ha messo mano alla tassazione sulla proprietà degli immobili non s’è persa occasione di dire quanto l’Imu sia odiosa sulla prima casa. E gli effetti dell’imposizione sul mondo dell’impresa commerciale, artigiana o industriale che sia? Un artigiano, (come un negoziante o un imprenditore) nel tritacarne dell’Imu ci passa due volte (casa e laboratorio). E se il fondo non è suo, rischia che il proprietario scarichi su di lui una parte del peso dell’esborso, aumentandogli l’affitto.

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