Il Tirreno

Prato

Addio al capitano controcorrente

di Maria Lardara
Addio al capitano controcorrente

E’ morto ieri a 87 anni a Careggi. Arnolfo, anticipatore e combattivo, ha scritto un pezzo della storia del distretto

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PRATO. Quelle scritte sul muro a suon di minaccia, a imbrattare il muro della sua fabbrica in via Bonazia, in realtà hanno sortito l’effetto di allungargli la vita. Erano gli anni Novanta e si leggeva «Biagioli fascista sei il primo della lista», «Biagioli maiale per te finisce male». Secondo un proverbio popolare, la morte desiderata non arriva mai. E’ arrivata a 87 anni per Arnolfo Biagioli. Sì proprio lui, Biagioli l’imprenditore “eretico” socio dell’Unione industriali, quello con il pallino della sicurezza sui luoghi di lavoro perché a nove anni rimase scottato nella filatura del babbo, quando la mano di un cardatore s'intrappolò in una macchina. E quando si scrive Arnolfo Biagioli, si legge un pezzo di epopea tessile pratese che se ne va.

L’imprenditore controcorrente, quello che a un certo punto preferì produrre tessuti non tessuti anziché pezze, se n’è andato ieri notte, circondato dall’affetto dei figli (Mario, Stefano, Aldo e Silvia) in un letto dell’ospedale di Careggi dove questo capitano di industria era ricoverato da una settimana. Classe 1925 e cresciuto a pane e tessile, è stato protagonista di una stagione gloriosa del distretto pratese.

Originario di Santa Lucia ed ex studente del Buzzi, Biagioli si è spento nell’abbraccio dei suoi cari accorsi al suo capezzale. Tutta la famiglia si è ricompattata di fronte a questa figura di riferimento, mandando in soffitta i vecchi dissapori che culminarono per Biagioli in una brutta pagina di cronaca giudiziaria. Era il 2005 quando Silvia, una delle eredi, contraria alle strategie d’azienda, fu estromessa in malo modo dall’assemblea dei soci delle Industrie Biagioli, non senza aver rivendicato le sue quote societarie. Seguirono una denuncia e un’ispezione della Guardia di Finanza nel 2007. Brutta storia che costò al vecchio Biagioli anche una condanna nel 2010.

Acqua passata: il richiamo del sangue ha avuto la meglio e la riconciliazione in casa Biagioli è fatto recente. Tra i figli, Mario è la mente brillante che non ha mai voluto sapere del tessile, già docente universitario di Harvard. E’ rientrato da Berlino per riabbracciare il padre Arnolfo prima dell'ultimo soffio vitale. A stringergli la mano in questi ultimi giorni è stato anche Antonio Lucchesi, ex vicesindaco nella Prato dal 1995 al 1999 ed ex presidente dell’Uip negli anni Ottanta. Antonio classe 1929, Arnolfo classe 1925. Si erano conosciuti nel 1943, durante le vacanze in montagna, a Maresca. «All’epoca i nostri genitori prendevano in affitto le case estive – ricorda Lucchesi - Con i nostri occhi si vide la liberazione del 25 luglio. Diventammo amici per la pelle, accomunati dalla passione per il ciclismo. Soci dell’Italiana Filati dal 1963 al 1975, anche quando l’azienda cessò rimanemmo in rapporti di amicizia. Non capita sempre quando due soci si dividono. Cenavo spesso a casa di Arnolfo, i miei figli sono amici dei suoi. Ora la sua scomparsa mi lascia un dolore enorme. Lo ricorderò sempre per il suo pragmatismo straordinario e il carattere forte che ha saputo trasmettere ai suoi figli». Nel dipingere il ritratto dell’amico, Lucchesi restituisce la memoria di una delle voci più lucide dell’imprenditoria pratese degli ultimi trent’anni. Figlio di Graziano che a cavallo della seconda guerra mondiale si mise in propria aprendo una filatura prima a Santa Lucia, in riva al Bisenzio, durante la carriera di imprenditore Arnolfo non arrivò mai oltre il ruolo di consigliere direttivo. «Bisogna che io rimanga un battitore libero», era solito ripetere all’amico Lucchesi. Battuta che aveva un suo perché. Nell’era della Confindustria pratese con Paolo Sarti presidente e Fabrini direttore, agli albori del nuovo millennio Biagioli riuscì ad agitare non poco le acque a Palazzo dell’Industria, mettendo in dubbio la trasparenza della leadership Fabrini-Sarti. Amato e odiato dentro gli ambienti sindacali, fu memorabile il suo “no” all’abolizione dell’articolo 18 durante il referendum sulla libertà di licenziamento. Arnolfo aveva il chiodo fisso della sicurezza sul lavoro, ragion per cui non le mandava a dire all’Asl 4, spingendosi addirittura a proporre un psicologo del lavoro nelle fabbriche per capire meglio l’origine degli infortuni. Ma Biagioli non legò le sue sorti solo al tessile. Per ben 18 anni, dal 1980 condivise insieme al più giovane socio Marco Duradoni l’avventura imprenditoriale della General Video, società di videocassette che poi ha sfondato nel mercato dell’home video, per poi uscirne nel 1998. Il loro sogno? Creare a Prato una cittadella dell’audiovisivo, ribattezzandola “Cartoonia”, nei terreni di via Panziera di proprietà della famiglia Biagioli (dove poi traslocò Consiag, dopo aver acquistato da Biagioli la nuova sede). «L’innovazione era tutto per Biagioli che è stato un precursore della diversificazione tessile, intravvedendo trent’anni fa i segnali di un cambiamento nel tessuto economico pratese che si sta manifestando oggi – ricorda il titolare della General Video e della Cecchi Gori Home video - Era molto intelligente, un uomo d’onore. Come pochi sono rimasti oggi». Ieri mattina Duradoni era di ritorno dagli Stati Uniti quando ha ricevuto la notizia della morte dell’ex socio. «C’eravamo sentiti al telefono qualche mese fa, non me l’aspettavo». A Biagioli deve qualcosa anche il calciatore pratese Christian Vieri. La sua “Casa dei Bifolchi” in Calvana fu acquistata nel 2001 proprio dall’industriale Biagioli.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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