La protesta
Lei non ha un lavoro, la figlia lascia gli studi La crisi non è finita
Manuela Biliotti , quattro anni fa, voleva vendere un rene Poi diventò la leader dei terzisti ma la sua vita non è migliore
PRATO. Elena ha 26 anni e ha lasciato l’Accademia di belle arti. Spera, ogni giorno di poter riprendere gli studi. Elena non ha smesso perchè, come capita ai giovani, non aveva più voglia di studiare: non ha semplicemente rinnovato l’iscrizione. Perché Elena, la sua quota ,non poteva pagarla.
Elena è la figlia di Manuela Biliotti. Proprio la Manuela che nel 2008 timidamente entro al Tirreno dicendo che aveva bisogno di vendere un rene perchè la sua piccola roccatura aveva un mare di debito e lei non si poteva permettere neppure di chiuderla.
Diventò un simbolo. Quel filo di voce e quel fare timido lasciò presto posto alla rabbia, all’impegno concreto per trovare una soluzione.
Manuela raccontando la sua storia seppe che non era sola. Che tanti terzisti, titolari di micro aziende stavano vivendo la sua stessa, identica, disperazione.
Sperò Manuela di poter risolvere qualcosa. Chissà magari il Governo avrebbe aiutato anche loro, piccoli artigiani, colonna vertebrale del nostro Paese.
Così non è stato e lei ha chiuso tre anni fa la sua roccatura. «Abbiamo pagato qualche debito - racconta con il coraggio che non l’ha mai abbandonata mentre a Equitalia devo ancora diversi soldi. Non riesco neppure a sapere neppure quanti: gli interessi, le more crescono a ritmi impensabili. Pensi di dover pagare 8mila euro e scopri che diventano 16 da un giorno all’altro. E molte aziende sono ancora nella mia situazione. E’ giusto pagare i propri debiti, per carità, ma la forza che Equitalia ha nei nostri confronti è sproporzionata».
Manuela non paga perché non ha più l’azienda («i macchinari pagati 40 milioni l’uno nel 2000 sono stati rottamati perché nessuno li voleva») e non ha più un lavoro («non sono dipendente e quindi non ho la mobilità che dà sconti fiscali a chi mi assume») e le speranze di trovarle sono ridotte all’osso.«La pensione si è allontanato ulteriormente con la riforma Fornero ed io non posso fare altro che arrangiarmi», racconta Manuela, 4 anni dopo.
Per lei la crisi sembra non avere mai fine. «Mio marito - racconta - fa l’operaio e anche lui è in cassa integrazione. Perquesto mia figlia, con dispiacere, ha dovuto abbandonare gli studi.Non potevamo più permettercelo: ora sta cercando un lavoro e anche lei non trova».
Eppure quando Manuela strinse tra le mani, il 28 febbraio del 2009, il Tricolore di Prato non deve chiudere spiegava che avrebbe visto un po’ di luce. «E’ stata la mia delusione», commenta. «Pensavo che Prato sarebbe rimasta più unita.Sindacati, imprenditori, artigiani e istituzioni pronti a uscire dalla crisi tutti insieme. Invece in quella manifestazione Industriali e sindacato ottennero ciò che volevano, la cassa integrazione, e tutto è finito. Noi, artigiani, siamo rimasti da soli».
Ma Manuela non ha solo tanta delusione nel cuore. E’ anche tanto perplessa. «Voglio vedere cosa accadrà quando gli ammortizzatori sociali finiranno. Questo città ha puntato tutto sull’assistenzialismo e nessuno ha fatto niente. Ma la gente, tanta g ente, non arriva a fine mese . Sta zitta perché non ha più fiducia e forse ha ancora un po’ di speranza».
Poi, Manuela ne è sicura, anche quella finirà.
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