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Prato

Trent’anni al killer della confezionista

Trent’anni al killer della confezionista

Sentenza a sorpresa per l’omicidio di via Nuti: l’accusa chiedeva la metà. Imputato sotto choc: «Non la volevo uccidere»

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PRATO. «Io non la volevo uccidere! Perché mi hanno dato trent’anni?». Era comprensibilmente provato, ieri mattina, il cinese San Saquang, 41 anni, subito dopo aver ascoltato la sentenza pronunciata dal giudice dell’udienza preliminare Angela Fantechi, che lo ha condannato praticamente al massimo della pena per l’omicidio della connazionale Wen Aiqin, avvenuto il 22 agosto dell’anno scorso in una confezione di via Attilio Nuti, a San Paolo.

Sapeva che sarebbe stato condannato, l’orientale, perché le prove nei suoi confronti erano schiaccianti e lui stesso aveva confessato di aver accoltellato Wen Aiqin, 30 anni, ma non immaginava che la pena sarebbe stata così severa. Anche perché la scorsa settimana il pubblico ministero Giuseppe Ledda aveva chiesto una condanna a 16 anni e otto mesi di reclusione, escludendo la premeditazione.

Il giudice invece ha ritenuto che ci fossero le prove per la premeditazione e così, cadendo le attenuanti generiche, si è partiti dalla pena base dell’ergastolo, ridotta a 30 anni per il rito abbreviato. E’ la pena più alta mai comminata in un’aula del Tribunale di Prato, dove altri omicidi sono stati puniti con molto meno.

Sorpreso anche il difensore di San Saquang, Giuseppe Bonfante, che confidava in una condanna anche inferiore a quella chiesta dal pubblico ministero e ha già annunciato che presenterà appello per conto del suo assistito.

L’omicidio di Wen Aiqin è uno degli otto che sono stati commessi a Prato nel corso del 2011 e l’assassino fu arrestato dai carabinieri nel giro di una settimana. Si era rifugiato a Istrana (Treviso) da alcuni connazionali e contava di raggiungere la sorella in Ungheria, da dove avrebbe preso un aereo per la Cina. A tradirlo fu il telefono cellulare, che guidò i militari del Ros fino al suo nascondiglio. Lo stesso telefono che San, clandestino dal 2009, aveva usato per chiamare la moglie in Cina confidandole che aveva accoltellato la sua ex datrice di lavoro Wen Aiqin ma che non pensava di averla uccisa. Il movente, alla fine del processo, non è ancora del tutto chiaro. L’imputato ha detto che la donna si era invaghita di lui e che la relazione era finita, ma ha aggiunto di aver prestato dei soldi a Wen (17.000 euro) che lei si rifiutava di restituire. Il pubblico ministero ha insistito invece sui motivi passionali, anche perché San Saquang non sembrava avere la disponibilità di tutti quei soldi. Questioni che riemergeranno nel processo di appello.

Paolo Nencioni

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