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Una persona al giorno in ospedale per maltrattamenti
PRATO. In soli tre mesi sono 86 le persone che si sono recate all’ospedale di Prato per maltrattamenti, due i minori. Cinque invece per abusi. «E’ evidente - spiega Laura Beninato, ginecologa e...
PRATO. In soli tre mesi sono 86 le persone che si sono recate all’ospedale di Prato per maltrattamenti, due i minori. Cinque invece per abusi. «E’ evidente - spiega Laura Beninato, ginecologa e coordinatrice del progetto “Codice Rosa” dell’Asl - che la maggior parte sono donne. E sono principalmente italiane ma solo perché meglio riescono a chiedere aiuto. Le straniere molto spesso non parlano italiano e durante le visite sono accompagnate da mariti e parenti».
Le vittime di violenze o anche di forti pressioni psicologiche difficilmente dichiarano la loro situazione. «Si rivolgono al pronto soccorso - spiega - se sono state picchiate raccontando di incidenti domestici e se invece subiscono violenze psicologiche o sessuali arrivano accusando forti cefalee, dolori addominali, allergie inguinali. Il segnale che qualcosa non va è perchè vengono non una ma più volte con gli stessi sintomi e senza una diagnosi. E’ come se aspettassero che qualcuno ponga loro la domanda».
«Non è detto - continua la ginecologa - che accettino subito l’aiuto ma nella maggior parte delle volte passa un po’ di tempo».
E anche Idalia Venco, presidente della Caritas, la pensa come il medico dell’Asl. «Con il disagio ecomico poi è aumentato anche il disagio psicologico all’interno delle famiglie. I mariti spesso accusano le mogli di non saper amministrare il poco denaro, di essere incapaci di portare avanti la famiglia. Continuamente con una pressione enorme. Le straniere non ti dicono dei loro problemi e se a volte vedi che cominciano a utilizzare il velo e chiedi perché è sempre per una loro scelta, mai dicono che è un’imposizione».
Alcune riescono anche a spezzare la catena di violenze in famiglia e lasciano tutto. «Prendono i figli e se ne vanno - conclude la Venco - ma poi è ancora più difficile. Non hanno soldi, non hanno un lavoro e devono ripartire da zero. Noi diamo una prima accoglienza provvisoria ma poi collaboriamo con il Centro antiviolenza La Nara».
Per Ali Mossa, da quaranta anni in Italia, mediatore arabo anche per il tribunale invece la storia della donna segregata è incredibile. «Per una famiglia marocchina è molto strano. In genere sono molto aperti e se la donna parla francese significa che è anche colta. E’ più facile che queste storie, di così tanta violenza, capitino pr altre nazionalità. I pachistani ad esempio sono più rigidi ma non è una realtà che si trova a Prato. Se un uomo non è d’accordo col comportamento della donna è molto più facile l’ha rimandi dalla famiglia, nel paese di origine». (i.r.)
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