Il dolore
Chiusa in casa dal marito: «Metti il velo»
Donna di 24 anni segregata per 18 mesi. E’ stata la polizia a portarla fuori con una scala e ad arrestare l’aguzzino
PRATO. “Vous parlez francais?” Il dirigente delle volanti della Questura di Prato, Gian Fabrizio Moschini, era appena entrato nell’appartamento quando si è rivolto alla donna parlando in francese. «Oui», ha risposto la giovane, 24 anni, avvolta in un abito lungo fino ai piedi e sul capo un velo, sceso fin sopra la fronte a coprire l’attaccatura dei capelli.
“Oui”. Il poliziotto ha sentito il suono dolce di quel sì e ha visto il volto, teso dalla paura e dalla sofferenza, solo a quel punto sciogliersi in un timido sorriso mentre gli occhi nocciola hanno ripreso a brillare.
Quell’uomo la capiva. Parlava la lingua che lei aveva imparato a scuola, nella scuola francese frequentata nella sua città, in Marocco, quando ancora era una ragazza libera e poteva mostrare i suoi splendidi lunghi capelli neri, lisci e morbidi come la seta.
Sì certo, il francese del poliziotto era un po’ scolastico ma lei avrebbe potuto affidarsi a lui , raccontargli un anno e mezzo vissuti segregata in casa col suo bambino di due anni.
L’uomo a cui la famiglia l’aveva data in sposa aveva mentito anche su questo.
I poliziotti l’avrebbero capita. Ora lo sapeva. Dio, Allah, avevano ascoltato le sue preghiere. Non era vero che la non conoscenza dell’italiano l’avrebbe condannata a una vita di schiavitù.
Pochi minuti. Qualche manciata di secondi che segnano una liberazione. E un arresto. La liberazione di una donna debole nelle mani del suo padrone. L’arresto dell’operaio marocchino che questa donna, libera e con le abitudini all’occidentale ormai comuni nelle grandi città dell’Africa del Nord, aveva deciso di considerare come una cosa. Una cosa sua.
Il reato contestato è sequestro di persona.
Il marito viveva a Prato da oltre dieci anni, aveva un lavoro e una casa dove vivere. Le donne italiane non gli piacevano, troppo disinvolte, troppo poco ubbidienti. Meglio moglie e buoi dei paesi tuoi. Ed è in Marocco che si era rivolto ai suoi familiari per trovare una moglie. Ormai aveva trentasette anni, un lavoro, una casa dove vivere. Una posizione invidiabile nel suo paese d’origine. Avrebbe potuto avere quasi tutto. Poteva scegliere.
E aveva scelto.
Aveva scelto una donna bella, giovane, colta. Si era scelto una schiava che aveva chiuso in casa a doppia mandata.
«Quando siamo arrivati - hanno raccontato gli agenti del reparto volanti - la porta blindata era chiusa. La donna non aveva le chiavi per aprire. Accadeva ogni giorno: l’uomo usciva, lei rimaneva dentro casa. A pulire, ad accudire il suo bambino. Ha riferito di essere uscita solo due volte da quando è arrivata in Italia: una volta per portare il bambino al pronto soccorso che si era ferito giocando (ovviamente con l’uomo), una seconda per rinnovare il permesso di soggiorno in questura».
In una Prato sempre più metropoli plurietnica nessuno si era accorto di quel fantasma dolce dietro le finestre dell’appartamento del primo piano.
Nessuno aveva sentito i pianti al telefono con i genitori in Marocco.
«Sono stati loro a chiamare un’amica, una connazionale, a Firenze che poi ha avvertito la Questura», riferisce il questore Filippo Cerulo.
Il suo pianto disperato è stato il suo grido di allarme, la sua lotta per la liberazione da quel marito, scelto per lei, e che per sequestrarla aveva indossato una maschera di gentilezza.
Poi i suoi angeli custodi. Entrati con una scala dalla finestra. «Perché quella porta non si apriva», raccontano.
“Merci” ha detto all’uomo in divisa che parla in francese prima di essere accompagnata in un posto protetto. “Merci”, grazie. “Aujourd’hui je suis libre” (Ora sono libera). «In Questura si è tolta il velo», riferisce Moschini.
Ha scosso la testa e i capelli hanno brillato al sole.
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