Sicurezza
Ruba centomila euro al fratello
Condannato un imprenditore, tra i testimoni anche Massimo Carlesi
PRATO. E’ una storia da “Fratelli coltelli” quella che si è conclusa ieri davanti al giudice monocratico Giulia Landini con la condanna di un imprenditore di 64 anni che era accusato di aver rubato 100.000 euro al fratello facendo carte false in banca.
Rodolfo Catarzi, residente a Vaiano, è stato condannato a due anni di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, per aver prelevato l’ingente somma da un conto che era cointestato al fratello Goffredo, residente a Prato.
L’imputato, difeso da Riccardo Cipriani, non era presente in aula ma non ha voluto patteggiare perché era convinto che contro di lui non ci fossero sufficienti prove. Invece l’indagine istruita dal sostituto procuratore Laura Canovai e sostenuta dalla parte civile rappresentata da Eugenio Zaffina evidentemente quelle prove le ha raccolte, convincendo il giudice.
Il processo è scaturito da una denuncia di Goffredo Catarzi, nella quale l’imprenditore sosteneva di essere stato derubato dal fratello. In particolare Rodolfo era accusato di essersi presentato alla filiale Unicredit di via del Ferro con una distinta nella quale Goffredo lo autorizzava a farsi fare due assegni di circa mille euro ciascuno per pagare l’Inps e un notaio.
In realtà, secondo l’accusa, Rodolfo Catarzi avrebbe cancellato l’indicazione dei due assegni mettendone altri due circolari da 50.000 euro ciascuno che poi ha incassato.
Nel conto erano finiti fondi di una società che i due fratelli Catarzi avevano messo in liquidazione (lavoravano nel settore delle macchine agricole) e non è escluso che l’imputato fosse convinto che gli spettassero dei soldi in più.
Sta di fatto che, in base alla sentenza di primo grado, se li è presi nella maniera sbagliata.
La filiale Unicredit di via del Ferro era diretta da Massimo Carlesi, capogruppo del Pd in consiglio comunale, che è stato chiamato a testimoniare insieme a un funzionario della banca. Carlesi ha detto di aver conosciuto l’imputato perché frequenta lo stesso gruppo di preghiera, e di non essersi accorto dell’irregolarità della distinta.
La parte civile ha sentito puzza di bruciato e ha chiesto la trasmissione degli atti alla Procura nei confronti dei bancari, ma il giudice non ne ha ravvisato la necessità.
Nel corso dell’istruttoria è emerso anche un altro particolare: la richiesta a operare sul conto cointestato apparentemente era stata fatta per corrispondenza, ma l’operazione è stata perfezionata nel giro di un minuto. Anche su questo la parte civile ha espresso perplessità sull’operato dei bancari.
Oltre alla pena detentiva, sospesa, il giudice monocratico ha condannato l’imputato a un risarcimento provvisionale di 50.000 euro che Rodolfo Catarzi dovrà versare al fratello Goffredo.
Paolo Nencioni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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