Il Tirreno

Prato

La signora “falce e martello” passata indenne dal fascismo

di Alessandra Agrati
La signora “falce e martello” passata indenne dal fascismo

Ex staffetta partigiana ha lavorato come orditrice. Dopo un infortunio si è dedicata con passione ad accudire cani e gatti. Ora vive da sola in un appartamento a San Giusto

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PRATO. Novantadue anni sono abbastanza per vedere una città cambiare. Leda Antonini, ex staffetta partigiana, ricorda ogni singolo anno della sua vita; una vera e propria memoria storica vivente che è passata indenne dal fascismo («Io sono falce e martello»), dalla guerra, dal boom degli anni 50, fino ad oggi. «Ora non mi muovo quasi più – racconta – le mie gambe fanno fatica, ma la mia mente è attiva, come sempre. Ogni sera vado a letto con la convinzione di avere la coscienza pulita e di essere onesta». Un comportamento che ha sempre contraddistinto Leda, fin da quando era piccola e andava a lavorare in fabbrica. «Ho iniziato a 13 anni dal Luconi dove entrava lo straccio e usciva la pezza. Mi chiamavamo la suocerina perché sapevo tutto e non abbassavo mai il capo; quando arrivavano i fascisti io scappavo a casa perché non volevo vederli». Il lavoro glielo trovò il padre ma, il rispetto se lo è guadagnato tutta da sola. «Ero orditrice – ricorda – e vedevo subito se si formava il colletto e saltavano i punti, mi chiamavano anche in ufficio se c’erano problemi. Al tempo annotavamo tutto su un quaderno, non esistevano i computer». Un lavoro a cottimo, che si raggiungeva o a piedi o in bicicletta. «Mi sarebbe piaciuto diventare infermiera, ma bisognava fare un anno di apprendistato senza guadagnare e in famiglia non ce lo potevamo permettere». Non solo un mondo lavorativo diverso, ma anche il contesto sociale era inevitabilmente differente. «In tempo di guerra tutto era più difficile; un giorno il maresciallo mi convocò in caserma per dirmi che il mio fidanzato, che era a fare il militare a Salerno, chiedeva di sposarmi visto che ero incinta. Cosa non vera: era solo un sotterfugio per non andare al fronte. Mi sposai senza amarlo e nonostante mio marito mi picchiasse e mia suocera mi odiasse, ho sempre portato rispetto e ho fatto il servizio (accudito ndr) entrambi. Mi è stato insegnato così». Al tempo il divorzio non era contemplato, ma le relazioni extra coniugali erano all’ordine del giorno. «Mio padre stesso – ricorda Leda – non è stato riconosciuto da mio nonno che era un grosso industriale; la famiglia Guerretti non voleva mia nonna perché era operaia». Una situazione abbastanza comune che non riguardava solo le fabbriche. «Finita la guerra andai a vivere in Santa Trinita. Un giorno aprirono tutte le strade del centro per far passare i tubi della fognatura. Fu così che trovarono tantissime casse da morto di bambini, che erano il frutto delle relazioni amorose fra monache e frati, infatti, fu trovato un tunnel che congiungeva i due conventi. La vista del cimitero mi sconvolse». Eppure con la morte Leda ha avuto molto a che fare; è stata staffetta partigiana, ha salvato quelli di Vainella insieme agli sfollati, ma non ha potuto evitare l’impiccagione di un suo compagno d’asilo. «Gli avevo detto di scappare, avevo delle fonti sicure, ma lui non mi ha creduto, così l’ho visto andare via sul barroccio e poco dopo è stato impiccato. Non lo scorderò mai». Intanto gli anni passano e Leda, prevedendo la fine della ditta Egisto Guerretti secondo l’antico detto pratese che i padri costruiscono e i figli distruggono le aziende, andò a lavorare da Pini Donatelli. «Ero svelta, ma soprattutto avevo esperienza, così mi chiamarono per scegliere le pezze da mandare, per la prima volta, in Germania». Purtroppo a 46 anni Leda ha un infortunio sul lavoro che la rende invalida. «Mi avevano dato 8 mesi di vita e invece sono ancora qui, è stata la mia forza di volontà a farmi andare avanti». Per passare le giornate si dedica agli animali; è stata la gattara del centro, fino a quando non sono iniziati i lavori di restauro nel giardino Buonamici, poi si è dedicata ai cani con un servizio al canile e ai cavalli all’ ippodromo. La forza di Leda è l’intelligenza, ma anche la scrittura. «Sono sola tutto il giorno, dopo aver letto il Tirreno scrivo e poi regalo i miei racconti. Mi piace anche vedere i gialli alla Tv». Non solo vederli; da giovane è riuscita anche a smascherare un furto di pezze. «Dal magazzino mancava sempre qualche metro di stoffa- ricorda –su richiesta del padrone iniziai a darmi da fare, presi un campione di quello che mancava e alla fine scoprii che era colpa del magazziniere aiutato da un complice; a portami alla soluzione il cappotto dell’ amante, fatto con lo stesso tessuto». Una signora in giallo che però non ha mai smesso di portare il fazzoletto rosso.

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