La manifestazione
Li chiamano contributi volontari
Sempre più le scuole si appellano ai genitori per articoli di cancelleria o per la didattica
PRATO. I progressivi tagli degli ultimi anni obbligano la scuola pubblica a chiedere aiuto alle famiglie con l’ormai noto contributo volontario, che varia da scuola a scuola e non sempre è sufficiente a soddisfare i bisogni degli istituti. Da appena un mese dall’inizio delle lezioni, non sono mancate proteste e segnalazioni da parte di genitori che lamentano le continue richieste di denaro per l’acquisto di materiale scolastico di vario genere. E’ proprio sul Tirreno di ieri la denuncia di una madre che non ritiene giusto doversi far carico dell’acquisto di carta igienica e per le fotocopie come invece si sarebbe verificato in classe di sua figlia iscritta alla scuola elementare Santa Gonda (istituto comprensivo Iva Pacetti). A salire su tutte le furie dopo le dichiarazioni della donna è andata la dirigente scolastica, Luigia Anna Ammaturo, la quale smentisce che ci sia un’abitudine da parte degli insegnanti a chiedere soldi ai genitori per l’acquisto di materiale didattico o addirittura, per l’igiene e la pulizia. «Niente - afferma la preside - nemmeno il contributo volontario , di cui, ci tengo a sottolinearlo, godono tutti gli alunni della scuola compresi i figli di chi non lo versa, viene richiesto alle famiglie dai nostri insegnanti. Tutto quello che riguarda la pulizia e la gestione dei servizi igienici viene pagato con il contributo stanziato dal Comune e nessun genitore ha mai lamentato qualche carenza in questo senso». Il contributo volontario che le famiglie versano all’istituto oscilla tra i 30 e i 35 euro annui. «I soldi raccolti sono destinati al funzionamento didattico – spiega la dirigente – quest’anno, per esempio, abbiamo provveduto all’acquisto di Lavagne interattive multimediali e fotocopiatrici». Un capitolo a parte è quello che riguarda uscite e gite scolastiche. L’iter per l’approvazione, come spiega Ammaturo, è complesso ed esclude al di fuori di esso ulteriori manovre finalizzate a battere cassa.Insomma, la condizione finanziaria della scuola pubblica, si sa, non gode di ottima salute. Ma diverso è se i genitori si mettono d’accordo volontariamente per istituire una cassa comune di classe come accade alle don Milani. «Anziché mandare i figli a scuola con la merenda portata da casa, i genitori si sono organizzati per gestire un fondo di classe per l’acquisto di prodotti da colazione, come frutta e marmellata - spiega la dirigente scolastica Mariagrazia Ciambellotti – così si evitano anche le differenze tra bambini». Quanto al contributo volontario, la spesa può oscillare tra i 15 euro e i 28 euro richiesti ai genitori dei ragazzi delle medie (Sem Benelli). «Il ricavato è destinato al finanziamento di un progetto didattico – continua Ciambellotti – quest’anno abbiamo assicurato l’acquisto delle tesserine per l’asciugatura dei capelli degli alunni che usufruiscono della piscina» .«Chiediamo 35 euro l’anno – afferma Paola Toccafondi, dirigente dell’istituto Malaparte – a seconda delle esigenze i soldi raccolti vengono impiegati per il completamento di progetti, la gestione delle attrezzature di laboratorio o l’acquisto di articoli di cancelleria. Nonostante sia una cifra minima qualcuno non la versa, ma è l’unica risorsa liquida di cui la scuola dispone».
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