Il Tirreno

Prato

L’umanità alla deriva

L’umanità alla deriva

Al Fabbricone “L’Isola “ Santi con la regia di Magelli

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PRATO. Immaginiamoci di naufragare. Di calare a picco, con i nostri ideali e le nostre presunzioni e di rincorrere invano un’isola che non c’è. E’ da quest’idea che parte il naufragio moderno pensato da Tommaso Santi, autore del testo “Isola”, debuttato sabato al Fabbricone, con la regia di Paolo Magelli ( in replica fino al 28 ottobre).

Ma Peter Pan questa volta non c’entra, l’immaginazione ha passato il testimone al delirio e all’allucinazione. La scena è inghiottita da onde di nylon, da cui emerge un gommone sgangherato, abitato da un popolo eterogeneo di morti viventi. Il loro destino si fa chiaro piano piano dai dialoghi, come la personalità dei protagonisti, puntualmente fotografati dalla penna di Santi. Una ciurma “borghese” con uno zoppo comunista al seguito ( Andrea Bacci) che fatica a prendere coscienza e ad accettare il proprio destino, mentre un’isola di rifiuti ( metafora del mondo moderno) gli va incontro fino ad urtarli. Il naufragio costringe i personaggi ad una condivisione forzata, a un’occasione di penitenza come se quell’isola logora, oltre i punti cardinali, fosse un Purgatorio senza indulgenze terrene. Mauro Malinverno ( il fascista irascibile), al solito pungente e comunicativo nonostante una brutta laringite, ha un ruolo chiave anche in questo lavoro della compagnia stabile. Il suo personaggio è il più ironico, il guastafeste, quello che incarnerà il Dio- Io, un duce smascherato nella sua nudità, un verme tra i vermi. Funzionano anche gli abbinamenti psicologici che danno vita a delle “coppie” tra i personaggi: fratello e sorella legati da una relazione ossessiva e in-cestuosa ( Valentina Banci e Fabio Mascagni); la vedova “allegra” e il giovane “svampito” ( Elisa Cecilia Langone, bravissima anche questa prova e Francesco Borchi); la cantante e il macchinista ( Monica Bauco e Andrea Bacci).

Sul ricco materiale drammaturgico Magelli lavora in maniera ironica e quasi surreale: la preghiera dei naufraghi è un’ “Ora pro nobis” grottesco e maniacale mentre l’istinto di sopravvivenza dei relegati, un fallimentare gioco di bisogni incestuosi, irreali più che fisici. La zattera è una giostra instabile, troppo piccola, vacillante, priva di orizzonti e i momenti corali che senza dubbio supportano la composizione scenica, rompono la simmetria anziché garantirla come in una ballata farsesca. L’umanità abbandona piano piano le anime dei naufraghi, trasformandoli in marionette ciondolanti. L’ultima parte, più faticosa, appesantisce il lavoro, già denso di simboli e significati. L’applauso alla fine è tutto per gli attori. Bravi e convincenti.

Miriam Monteleone

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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