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Prato

L’ombra di Al Qaeda dietro all’eroina

L’ombra di Al Qaeda dietro all’eroina

I retroscena dell’arresto di due insospettabili: un’inchiesta che passa da Prato e coinvolge sei nazioni europee

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PRATO. Cellule del terrorismo islamico finanziate coi proventi di un imponente traffico di eroina che parte da Peshawar, nel nord del Pakistan, e arriva nelle principali città europee.

E’ questa l’ipotesi investigativa alla base di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, un’indagine condotta a fari spenti da più di due anni dall’Interpol e che è stata “illuminata” solo in minima parte martedì scorso in un’aula del Tribunale di Firenze, dove un insospettabile ex barista di Montemurlo, Antonio Esposito di 56 anni, è stato condannato a quattro anni e quattro mesi di reclusione insieme a un giovane pachistano, Imran Abbas Syed, 29 anni, per aver importato dieci chili di eroina dal Pakistan.

Esposito e Syed sono le ultime ruote di un carro che, secondo l’ipotesi del sostituto procuratore antimafia Barbara Zuin, porterebbe in Europa decine e decine di chili di droga prodotta in Pakistan e Afghanistan. E i cui proventi, come detto, andrebbero a finanziare le cellule di terrorismo islamico legate ad Al Qaeda nei due paesi asiatici. L’ipotesi investigativa è stata formulata dalla squadra mobile della Questura di Roma sulla base di una deduzione e verosimilmente di qualche elemento concreto. La deduzione è che una tale quantità di droga non può sfuggire, in quei paesi, al controllo del network di Al Qaeda. Gli elementi concreti potrebbero trovarsi nelle centinaia di intercettazioni disposte dalla magistratura della capitale, il cui contenuto è coperto da segreto.

Il sostituto procuratore Zuin, interpellato telefonicamente, non conferma né smentisce, com’è naturale. Si sa però che ci sono almeno cinque indagati, tutti pachistani, di età compresa tra i 27 e i 42 anni. Uno dei cinque è Waseem Abbas Syed, fratello del pachistano arrestato a Montemurlo e cognato di Antonio Esposito. Waseem fino all’anno scorso faceva l’operaio in Italia ma ormai da mesi è in Pakistan. E se il fratello, difeso da Antonio Bertei, è un semplice corriere, lui è probabilmente qualcosa di più. E’ rimasto a Peshawar come garante del buon fine delle spedizioni in Europa: oltre che in Italia, si parla di Olanda, Spagna, Svizzera, Inghilterra e Austria. La Dda di Roma era pronta a fargli ponti d’oro pur di farlo ritornare in Italia per convincerlo a raccontare l’organizzazione del traffico, ma lui, tramite gli avvocati Costanza Malerba e Federico Febbo, all’ultimo momento si è tirato indietro.

Le tracce del traffico di eroina diretto all’Italia non mancano negli atti del processo e dell’inchiesta madre. E’ un’eroina che ha come un marchio di fabbrica, perché il principio attivo oscilla tra il 50% e il 60%, praticamente il doppio di quella che si trova di solito in circolazione. Due chili di questa “top brown sugar” arrivano già nel 2010 a Fiumicino, un altro chilo arriva a Peretola nell’aprile 2011 e finisce ai nigeriani che poi lo girano ad altri pachistani (Ahmed Munir e Hussain Shahzad, arrestati dalla polizia pratese), altri 11 chili arrivano a Fiumicino, tutti o quasi gestiti da Waseem Abbas Syed. L’ultimo carico da 10 chili, promesso a non meglio precisati napoletani, è quello che costa l’arresto a Esposito e al fratello di Waseem, l’8 gennaio di quest’anno. L’ex barista, con la promessa di ricevere 10.000 euro per il disturbo, era partito all’inizio di dicembre per Peshawar, dove attende per un mese il momento buono per ripartire con due valigie cariche di eroina, ma dopo aver fatto scalo a Dubai e Zurigo, a Milano scopre che gli hanno smarrito il bagaglio. Sono ore di panico, poi le valigie vengono ritrovate (chissà che una “manina” dell’Interpol non abbia voluto controllare se c’era quello che ci doveva essere...) e riconsegnate a Esposito, subito arrestato insieme a Imran Syed dall’Anticrimine di Prato.

Di questo arresto non c’è traccia nelle agenzie o nei mattinali della Questura. Deve rimanere segreto perché quel che più conta è l’inchiesta più grande che c’è a Roma e che ipotizza il finanziamento della rete terroristica.

Ma i mesi passano e i due arrestati arrivano davanti al giudice dell’udienza preliminare Paola Belsito. Se la cavano con una pena relativamente mite, quattro anni e quattro mesi. Intanto a Roma e in molte città europee proseguono le indagini sul traffico internazionale di quella eroina così pura, dietro alla quale potrebbe nascondersi il terrorismo.

Paolo Nencioni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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