Finanza
Tessile: non c’è neppure un ordine
Le filature sono completamente ferme. Idem i lanifici. “Europa” riduce il personale. Cangioli dipinge una situazione nera
PRATO. E’ praticamente un coro. Com’è la situazione? Si dice sia terribile. Dall’altra parte la risposta è sempre uguale: «A dire terribile non si dice niente. E’ peggio».Gli imprenditori tessili alla fine di un periodo difficile sembrano difronte a un nuovo dramma. L’allarme parte dai filatori che non hanno dubbi. Da giorni si telefonano l’un l’altro per capire com’è la situazione generale. E’ tutto fermo, nessuno a ordini degni di chiamarsi tali. L’opinione comune è che il problema non sia solo di questa fase della filiera ma generalizzato.Francesco Grassi è il titolare di una filatura con 20 dipendenti che a cose normali lavora 24 ore su 24. «Stamani - riferisce - ho acceso le macchine alle 6 e alle 18 le spengo con una bella fetta di dipendenti che stanno facendo la flessibilità. Non sono fermo perché comunque garantisco un servizio di campionatura, piccole cose ai clienti ma mi serve solo ad aumentare i costi. Se stessi fermo sarebbe meglio solo speri sempre...Se si continua così non rimane nessuno aperto». Grassi ha 74 anni e la testa dura. «Faccio questo lavoro da una vita, ho due lire da parte e tutti gli anni ci rimetto qualcosa. Che senso ha? Solo non mi va di chiudere l’azienda sconfitto. Aspetto che qualcosa riprenda perché vendere una filatura che vale 7-8 milioni di euro di macchina a 500.000 euro, se va bene, proprio non mi va. E poi non ho cuore di mandare a casa i dipendenti figurarsi di chiudere. Ho gente che lavora con me da 35 anni».
Per il collega Luciano Tanini la situazione è la stessa. «Macchè terribile. E’ peggio», esordisce. «Per rendere l’idea dico che le nostre aziende sono come vittime di un incantesimo: sono rimaste pietrificate da un momento all’altro. La situazione è allucinante. Ordini non ce ne sono, le macchine sono ferme, nessuno di noi lavora e nessuno paga. Tradotto: non so quanto possiamo continuare così. Anche perché le riserve per me sono finite». Gli altri colleghi la pensano più o meno uguale. Non si lavora nella filatura di Guido Pagliai, presidente dei filatori dell’Unione industriale che ha richiesto la cassa integrazione per i nove dipendenti e nemmeno in quella di Lido Macchioni. Tanto per fare un altro paio di nomi. E i lanifici? Non va meglio. Cangioli non usa vie di mezzo. «Il problema non è il tessile a Prato - dice - è il sistema paese. Le aziende non possono essere concorrenziali: l’energia si paga di più , le tasse anche, la burocrazia mette bastoni tra le ruote e i politici non si sono resi conto della situazione perché pensano solo ai loro interessi e alle loro poltrone. Ci sarebbe da trasferire tutto. Ma no come si può pensare in Tunisia o in Egitto ma in Svizzera dove c’è un sistema che funziona e dove aziende come le nostre potrebbero fare grandi cose. Così non solo non rimarranno aziende a Prato ma non ne rimarranno neppure nel resto del Paese».
Al lanificio Europa Guarducci è una procedura per riorganizzare l’azienda: i dipendenti sono in esubero, sembra ci siano 15 persone in più. Era fino a un po’ di tempo fa tra i lanifici che avevano meno problemi.
«La situazione è drammatica ed è tutto fermo», commenta Luigi Guarducci . «Le fiere non sono andate male ma all’atto pratico - aggiunge - la gente non ha soldi e non compra i vestiti nei negozi. Nè in Italia nè altrove. Per quel che ci riguarda rispetto all’anno scorso siamo a un calo del 20-30%».
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CON LA DURA POSIZIONE
DI CANGIOLI
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